Alberto, Auschwitz e Totti. “C’ un Dio per tutti e a tutti piace il pallone”


Alberto Sed mostra la maglia con il suo nome e il numero 10. FACEBOOK AS ROMA

Alberto Sed mostra la maglia con il suo nome e il numero 10. FACEBOOK AS ROMA

“A un certo punto ognuno c’ha una religione, per tutti abbiamo un Dio. E a tutti piace giocare a pallone e vedere il pallone. Allora gi siamo uguali”. Lo dice con la schiettezza dei suoi 90 anni, Alberto Sed, da sempre tifoso giallorosso e protagonista del video pubblicato sui canali social della Roma in occasione della Festa della Liberazione. Un messaggio che si incrocia con le cronache che riportano un dibattito avvelenato da cori e gesti razzisti negli stadi del 2019: ultimi quelli dei tifosi laziali a San Siro per i quali il Milan chiede giustizia.

la storia
Alberto accoglie le telecamere della Roma nella sua casa, prende coraggio e dice: “Dobbiamo incominciare a parlare”. Cos inizia il racconto, con l’aiuto delle foto di un album che vorrebbe non dover pi sfogliare e dice: “Qui eravamo all’Orto botanico, io sono l’unico tra quelli del collegio che sono stati presi a essere tornato”. Sullo schermo scorre la sua storia: il 21 marzo del 1944 viene catturato e portato ad Auschwitz con le tre sorelle e la madre, che l morir con le piccole Emma e Angelica. Mentre mostra il tatuaggio col numero assegnato dai nazisti dice: “Un ragazzino che a 15 anni va all’inferno… che te puoi invent? L’hai solo visto e provato”.


il ritorno alla vita
Alberto viene liberato nel 1945, torna a Roma, conosce Renata che ancora oggi al suo fianco e che racconta: “M’ha fatto la corte, m’ha fermato, m’ha detto: “Senti, tu devi essere mia madre, mia sorella, mia moglie. Ma prima di voler bene a te ho voluto bene al pallone. Se mi mandi a vedere la Roma io mi fidanzo. Senn non c’ niente da fare”.

roma, una passione
Gi, la Roma. Perch la passione di Alberto talmente forte che “ero nato col pallone – dice – ero fortissimo. Io studiavo e giocavo al pallone. Mi chiamavano il piccolo Amadei”. E chiss che sarebbe stato di quella giovane promessa se l’Olocausto non si fosse messo di mezzo. Tanto che Alberto ha voluto mettere le cose in chiaro con l’ultima grande bandiera giallorossa: “Ero al Campidoglio e c’era Francesco Totti. Gli faccio: ‘Se non era per le leggi razziali io ero pi forte di te a giocare'” racconta col sorriso mentre mostra la maglia numero 10 con il suo nome stampato sopra.

 Edoardo Lusena 

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