Aosta, mamma uccide i figli di 7 e 9 anni e poi si suicida. La lettera al marito: Ora soffri tu


Avrebbe preso i farmaci in ospedale, preparato il veleno e poi ucciso i suoi bambini con una puntura. Quindi ha scritto al marito: “Mi hai spento il sorriso”. Mi hai fatto soffrire: “Adesso soffrirai tu”. A quel punto ha afferrato l’ultima siringa, se l’è piantata nel braccio e si è lasciata andare. Sono gli ultimi particolari – rivelati da La Stampa – sul dramma di Aymavilles, paese a pochi chilometri da Aosta, dove l’infermiera quarantottenne Marisa Charrère, ha ucciso i suoi due figli, Nissen e Vivien, di 7 e 9 anni, iniettandogli una soluzione letale a base di potassio, lo stesso modo con cui poi si è tolta la vita lei.

“Dì a tutti che i bimbi sono morti per colpa del gas”, ha scritto Marisa su alcuni fogli ritrovati nella stanza della strage. Il marito, Osvaldo Empereur, che di mestiere fa la guardia forestale, è tornato a casa a nella notte di giovedì e ha trovato tutti morti. Da quel momento l’uomo è piombato in uno stato di shock per cui si è reso necessario il ricovero nel reparto di psichiatria. Poco prima che l’uomo rincasasse la stessa vicina aveva sentito “un rumore di sedie, poi delle urla. Quindi il silenzio”. Forse gli ultimi momenti di disperazione della donna che aveva pianificato con inquietante lucidità l’omicidio-suicidio, trafugando dall’Ospedale il potassio: un sale minerale normalmente innocuo, ma che può provocare un arresto cardiaco se utilizzato in dosi massicce, come avviene ad esempio negli Stati Uniti per le condanna a morte. La conferma dell’esatta causa del decesso si avrà comunque solo dopo l’autopsia sui tre corpi, effettuata oggi dal medico legale Mirella Gherardi e al radiologo Davide Machado.

“È la mancanza di speranza e la mancata capacità di chiedere aiuto che uccide in questi casi, perché porta a non riuscire a vedere un’altra via d’uscita che non sia l’annullamento”. Il presidente della Società italiana di Psichiatria (Sip), Enrico Zanalda, commenta così il caso di Aosta. Episodi simili, spiega, sono rarissimi e se ne registrano circa 0,09 casi su 100.000 abitanti, circa uno su milione ogni anno. “Sono in genere causati da uno stato di depressione che può essere più o meno latente e più o meno di recente insorgenza. In passato – precisa l’esperto – episodi di depressione particolarmente gravi erano più frequenti. Oggi, con i trattamenti farmacologici, si riesce normalmente a tenerli più sotto controllo. In questo caso, quindi, si potrebbe esser trattato di una condizione depressiva particolarmente subdola o improvvisa, visto che nessuno intorno sembra essersi accorto della sofferenza che la donna stava provando”.

A determinare un gesto estremo come un infanticidio-suicidio, quello che gli esperti chiamano Hopeless, ovvero la mancanza di speranze, unita alla Helpness, cioè l’incapacità di chiedere aiuto, tipica della depressione avanzata. Di certo invece, sottolinea, “in questo caso non hanno pesato alcuni elementi di complessità che possono predisporre a gesti estremi, come la mancanza di risorse economiche o la disoccupazione, che in questa storia non si ravvisano”.

Sul Corriere della Sera si legge qualcosa in più sui due protagonisti della vicenda:

Lui esuberante, sportivo, appassionato di sci di fondo, animatore delle serate allo «Sci club Drink», il posto di ritrovo del paese. Lei assai più riservata, silenziosa, la vita segnata da due pesantissimi lutti: il padre, un operaio del soccorso stradale, morì quando Marisa era bambina, rotolando in una scarpata con un mezzo spazzaneve mentre infuriava una tormenta. E su quelle stesse strade di montagna morì anche il fratello di lei, nel novembre 2001, schiantandosi contro un Tir mentre era alla guida di un’utilitaria.


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