Muore paziente dopo il trapianto di feci: colpa dell’abuso di antibiotici


Non si finisce mai di immaginare quanti danni possa fare l’abuso di antibiotici. Due persone, negli Stati Uniti, hanno contratto gravi infezioni (e una morta) dopo avere subito un trapianto fecale contenente germi multiresistenti a questi farmaci. Lo ha segnalato l’Fda, la Food and Drug Administration, l’ente federale americano preposto al controllo dei medicinali. E lo stesso ente ha ordinato la sospensione delle ricerche in corso sull’utilizzo di questa procedura per il trattamento di gravi infezioni, soprattutto intestinali, dovute a un germe chiamato Clostridium difficile. 

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Un terzo delle vittime in Italia (oltre 10mila)


Clostridium difficile

E non sono pochi ha commentato Peter Marks, direttore del Center for Biologics Evaluation and Research dell’ente americano. L’indicazione , ora, quella di identificare l’eventuale presenza di germi resistenti agli antibiotici nel materiale da trapiantare, prima della procedura. Insomma, siamo di fronte a una specie di cane che si morde la coda. Da tempo i ricercatori stanno focalizzando l’attenzione su quello che viene chiamato il microbiota intestinale: quell’insieme di microrganismi che abita nel nostro intestino e che ha a che fare con tantissime funzioni. Per dirne una: regola l’assorbimento di certi nutrienti e potrebbe essere coinvolto nella genesi di malattie come l’obesit o il diabete. Per aggiungerne un’altra: pu condizionare l’effetto di alcuni immunoterapici nella cura del cancro. E un’altra ancora: pu aiutare a curare certe infezioni, soprattutto dell’intestino, come appunto quella da Clostridium difficile, dove tutte le terapie antibiotiche hanno fallito. 

Che cos’è (e a cosa serve) il microbiota?


Equilibrio e salute


Microbiota intestinale

Da qui l’idea del trapianto di un microbiota (e quindi del suo contenitore, cio le feci) da una persona sana a pazienti con infezioni da Clostridium, appunto. Si cerca cos di aggirare il guaio dell’antibiotico-resistenza del Clostridium con l’aiuto dei batteri “buoni” del microbiota , capaci di bilanciare il “cattivo”. La cura funziona e sta salvando vite. Ma il “germe” dell’antibiotico-resistenza ha “infettato” anche i sani: ecco allora che un microbiota, candidato a essere trapiantato in un malato, pu contenere germi resistenti agli antibiotici e aggravare le condizioni di chi il trapianto lo riceve. Cosa che appunto accaduta ai due malati negli Stati Uniti.  

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Acinetobacter baumannii


Germi resistenti

La cura, per, ancora considerata sperimentale dalla Fda che sta indagando su quello che successo ai due pazienti. Al momento si sa solo che avevano gi un sistema immunitario compromesso, ma non di pi. Si sa anche che il materiale trapiantato proveniva, in entrambi i casi, dallo stesso donatore. E si sa, infine, che il germe presente nel microbiota trapiantato era un’Escherichia coli multiresistente agli antibiotici. Risultato fatale in uno dei due casi. La considerazione finale, comunque, che la resistenza agli antibiotici provoca gravi infezioni che potrebbero essere curate con un trapianto di microbiota. Ma che anche il microbiota di persone sane pu contenere germi resistenti che vanificano la cura.

16 giugno 2019 (modifica il 16 giugno 2019 | 10:56)

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Artrite reumatoide: troppe diagnosi in ritardo, ma ci sono cure efficaci


Un dolore persistente alle articolazioni, talvolta accompagnato da gonfiore, che si fa sentire soprattutto di notte e al mattino, per poi attenuarsi nel corso della giornata. Colpisce le giunture di mani e piedi e compare per lo più in persone giovani, tra i 40 e i 60 anni, ancora nel pieno della loro attività sociale, familiare e lavorativa. Circa 450mila italiani, in sette casi su dieci donne, soffrono di artrite reumatoide, una patologia che può essere curata e tenuta sotto controllo, e ora persino fermata prima che porti a una vera e propria invalidità. Che viene ancora individuata tropo spesso in ritardo, anche uno o due anni dopo la comparsa dei primi sintomi. Ma le terapie efficaci esistono. E nell’ultimo anno il panorama terapeutico si è ulteriormente arricchito con una nuova classe di farmaci, i JAK inibitori, che hanno dimostrato una grande efficacia, come indicano diversi studi presentati al congresso internazionale di reumatologia EULAR in corso a Madrid, dove è stata eletta alla presidenza l’italiana Annamaria Iagnocco.

Il fumo di sigaretta e la scarsa igiene orale aumentano il rischio di ammalarsi di artrite reumatoide. Lo sapevate?


Caratteristiche


Iniziare subito una cura per non arrivare all’invalidità

«La diagnosi precoce è fondamentale – sottolinea Luigi Sinigaglia, presidente nazionale della Società Italiana di Reumatologia (SIR) e direttore del Dipartimento di Reumatologia del Centro Specialistico Ortopedico Traumatologico Gaetano Pini CTO di Milano -. Poter individuare questa e altre patologie reumatologiche agli esordi significa poter iniziare tempestivamente le cure, prima che provochino danni irreversibili e portino alla progressiva perdita di funzioni fondamentali che comportano negli anni l’invalidità dei malati». «È importante parlare col medico di famiglia senza trascurare a lungo i sintomi, che possono migliorare con il movimento (non sempre e spesso senza scomparire del tutto) – aggiunge Elisa Gremese, direttore della Divisione di Reumatologia all’IRCCS Policlinico Gemelli di Roma -. Oggi abbiamo diverse terapie efficaci a disposizione, dai DMARDs (dall’inglese disease modifying antirheumatic drug) che sono farmaci antireumatici modificanti la malattia utilizzati in prima battuta, alla loro versione biotecnologica (i cosiddetti B-DMARds) utilizzata in chi non risponde a quelli di primo livello. Ne esistono numerosi, con meccanismi d’azione differenti, utilizzati sottocute o per endovena che possono migliorare molto la vita dei pazienti. L’obiettivo a cui puntiamo è raggiungere uno stato di remissione clinica o almeno di bassa attività di malattia, misurato con le scale a nostra disposizione, in modo da ritardare o arrestare la progressione del danno osseo ed evitare la disabilità».

Puntare alla remissione, per migliorare la vita dei malati

«I JAK inibitori – continua Gremese – si rivelano utili sia in quella quota di pazienti che purtroppo non ottiene benefici delle altre cure a disposizione, sia per quelli che vedono un avanzamento dell’artrite. E questa classe di medicinali oggi ci consente di puntare a un obiettivo importante: la remissione clinica, ovvero fermare la progressione della malattia».In questo contesto s’inseriscono i dati di uno studio, pubblicato anche sulla rivista scientifica The Lancet,  che ha valutato upadacitinib in monoterapia in pazienti con artrite reumatoide, in fase attiva di grado da moderato a severo e con risposta inadeguata al metotressato, ai quali è stata cambiata la terapia (da metotressato a upadacitinib) rispetto a coloro che hanno continuato a utilizzare la cura standard. Dopo 14 settimane di trattamento, gli endpoint primari previsti per lo studio clinico sono stati raggiunti da entrambe le dosi giornaliere di upadacitinib (compresse da 15 o 30 milligrammi). «I risultati del trial (SELECT-MONOTHERAPY) mostrano che upadacitinib, somministrato da solo in dose giornaliera, può fornire risposte clinicamente significative in termini di remissione, bassa attività di malattia e miglioramenti importanti della funzionalità fisica, confermando le potenzialità del farmaco come importante opzione terapeutica per i pazienti con artrite reumatoide» sottolinea Ennio Favalli, reumatologo al Gaetano Pini di Milano. 

Farmaci innovativi costosi, ma si può risparmiare

«I biotecnologici e gli altri farmaci innovativi sono cure complesse che devono essere prescritte in strutture sanitarie adeguate e da personale specializzato ed è fondamentale che la strategia terapeutica venga istituita con estrema tempestività – dice Mauro Galeazzi, past president SIR -. Così è possibile garantire a un numero sempre crescente di persone una buona qualità di vita, nonché ridurre le sempre crescenti spese sanitarie e sociali che un intervento terapeutico precoce è in grado di contenere». Un bisogno valido nell’artrite reumatoide, ma anche in tutte le patologie reumatologiche, che colpiscono nel loro insieme cinque milioni di italiani. «Va creata una nuova e più forte alleanza con i medici di medicina generale – aggiunge Roberto Caporali, segretario SIR e direttore della Struttura Complessa di Reumatologia Clinica al Pini -. Di solito è lui il professionista che svolge il delicato compito di diagnosticare all’esordio la malattia. Il suo ruolo può essere fondamentale per identificare i primissimi sintomi delle patologie, segnalare una ricomparsa della patologia oppure identificare effetti avversi legati alle terapie. Per questo è importante che in tutte le regioni i percorsi diagnostici terapeutici assistenziali (PDTA) così come previsti dalle attuali leggi nazionali».

Una donna alla guida dei reumatologi europei

«Per avere diagnosi precoci e prescrivere le cure più mirate nel singolo caso e ottenere i maggiori benefici possibili per il paziente, evitando sprechi e ritardi costosi pure per il nostro sistema sanitario, è importante attivare le reti reumatologiche nazionali – conclude Sinigaglia -: facilitano l’accesso alle cure, razionalizzano la spesa, migliorano l’uniformità di cure sul territorio nazionale». Al congresso spagnolo è stata eletta come presidente EULAR (European League Against Rheumatism) Annamaria Iagnocco, che insegna reumatologia presso l’Università di Torino e lavora alla Città della Salute e della Scienza Le Molinette di Torino. Entrerà in carica ufficialmente tra due anni e sarà la prima donna italiana a guidare l’associazione europea che riunisce 45 società scientifiche di reumatologia, 36 associazioni nazionali di malati reumatici e 24 associazioni nazionali di infermieri e fisioterapisti. «Insieme ai membri del nuovo direttivo vogliamo lavorare per favorire il più possibile la ricerca medico-scientifica in reumatologia – dice -. Fondamentale sarà anche riuscire a svolgere nuove campagne informative rivolte all’intera popolazione. La nostra è, infatti, una branca della medicina che non gode ancora della giusta attenzione da parte dell’opinione pubblica nonostante le malattie reumatologiche interessino sempre più cittadini».

14 giugno 2019 (modifica il 14 giugno 2019 | 14:59)

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Sei un tipo ansioso? Probabilmente sei anche più intelligente


Esiste una connessione fra ansia e ansia e livello di intelligenza. Probabilmente il legame risiede nella capacità di riuscire a intuire le possibili conseguenze negative delle situazioni e delle proprie azioni. Chi è più intelligente si preoccupa maggiormente del futuro, anche perché tende anche a rielaborare pensieri e accadimenti passati, come se volesse trarne un insegnamento per fare previsioni più affidabili rispetto a quanto potrà accadere. Tuttavia, secondo quanto indicano Alisa Williams della School Psychology dell’University of Maryland e Pauline Prince dell’Anne Arundel County Public Schools di Annapolis, in un articolo pubblicato sulla rivista Applied Neuropsychology Child , alla fine l’ansia forse aiuta sì a prevedere il futuro, ma incide negativamente sui compiti da eseguire, così che alla fine la sua azione non è del tutto positiva.

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Le ricerche

La connessione tra ansia e intelligenza è stata indagata da ricerche condotte in diverse parti del mondo. Molto originale quella realizzata da due psicologi, Tsachi Ein-Dor e Orgad Tal, della School of Psychology dell’Interdisciplinary Center Herzliya in Israele: a un gruppo di studenti, selezionati perché avevano livelli di quoziente intellettivo differente gli uni dagli altri, è stato chiesto di valutare alcune opere d’arte presentate sul monitor di un computer all’interno di una stanza in cui erano stati lasciati soli. Ma si trattava di un falso compito. In realtà, dopo aver visionato le prime opere, sullo schermo è comparso un allarme che segnalava la presenza nel computer dell’università di un virus che avrebbe presto fatto danni irreparabili. I ragazzi sono stati osservati mentre uscivano dalla stanza alla ricerca di qualcuno che potesse dare loro un supporto informatico, ma lungo il percorso sono stati fermati da alcuni «ostacoli», in realtà complici dei ricercatori, come un compagno che chiedeva di riempire dei moduli, o un altro che faceva cadere pacchi di fogli nel corridoio, intralciando il loro cammino. A quel punto i comportamenti si sono differenziati: gli studenti con quozienti intellettivi meno elevati si sono lasciati distrarre, mentre quelli più intelligenti hanno risposto con un’ansia crescente e la determinazione a raggiungere al più presto il supporto informatico. Erano più ansiosi perché nella loro mente intravedevano le possibili conseguenze negative causate dal computer infettato.

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Ma l’ansia gioca brutti scherzi

In un’altra ricerca, realizzata dagli stessi psicologi i ragazzi più intelligenti sono risultati anche quelli che più precocemente si allarmavano per la presenza nelle loro stanze di odori potenzialmente pericolosi, come quello di fumo. Risultati convergenti vengono da una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Personality and Individual Differences . Oltre cento studenti canadesi sono stati sottoposti a indagini psicologiche che esploravano il loro livello di ansia, messo poi a confronto con i risultati dei test di quoziente intellettivo. Anche in questo caso, la correlazione è stata netta, soprattutto per quanto riguarda un certo tipo di intelligenza, quella linguistico-verbale, ossia l’abilità di comprendere le parole e di esprimersi verbalmente o di giocare con le parole. Sono proprio tali abilità che portano queste persone a immaginare ed esplorare spontaneamente le possibili conseguenze di situazioni e comportamenti, arrivando a realizzare una condizione di «ruminazione» mentale che è una delle caratteristiche dell’ansia. Ed è proprio grazie a tali ruminazioni che si riesce a stare lontano dai pericoli, ma pagando il prezzo di vedere rischi laddove non ci sono. Secondo quanto riportato da Alisa Williams e Pauline Prince nel loro articolo, gli individui ansiosi, pur essendo spesso più intelligenti, finiscono poi per avere in pratica prestazioni meno brillanti di quanto potrebbero realizzare. «Quando sono sotto pressione nello svolgere un compito, la loro intelligenza fluida risulta ridotta» dicono le due psicologhe, «probabilmente perché la memoria di lavoro è monopolizzata dai pensieri ansiosi, come le preoccupazioni e la ruminazione, elementi caratteristici dell’ansia, che comportano un eccessivo soffermarsi su immagini e pensieri negativi, collegati al timore di fallire. Così queste persone non riescono del tutto a mettere la loro intelligenza e i loro pensieri al servizio del compito che dovrebbero svolgere».

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Fattori scatenanti


14 giugno 2019 (modifica il 14 giugno 2019 | 13:00)

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Neonato rischia di morire per il bacio di un parente con l’Herpes


Noah oggi ha 9 mesi e gode di buona salute, ma a quattro settimane ha rischiato di morire a causa dell’Herpes contratto dal bacio di un parente durante il suo battesimo. Il virus dell’herpes labiale è quasi sempre innocuo per gli adulti ma nel caso di lattanti, anche se raramente, può generare complicazioni molto serie. La madre del bambino, Ashleigh White di Barnsley, nel South Yorkshire, ha deciso di condividere la sua esperienza con l’herpes simplex di tipo 1 che ha colpito il figlio per sensibilizzare gli altri genitori su questa infezione potenzialmente mortale. Molto probabilmente l’infezione è stata trasmessa da un adulto durante il battesimo, quando Noah è stato coccolato e baciato sul viso, cosa che è da evitare nei primi mesi vi vita del bambino

L’Herpes, un pericolo per i neonati

Secondo il racconto della mamma, che ha pubblicato l’intera vicenda su Facebook, cinque giorni dopo il battesimo ha notato prima gonfiore sull’occhio sinistro di Noah che in un secondo momento si è riempito di vesciche. Dopo alcune visite mediche al piccolo è stato diagnosticato l’Herpes simplex virus 1 (HSV-1). Il neonato ha subito un’operazione chirurgica ed è rimasto ricoverato in ospedale per due mesi e mezzo. I medici sono riusciti, in questo caso, a salvargli la vita, ma spesso questo virus può diffondersi al cervello e non lasciare scampo. Purtroppo casi mortali si sono già verificati, sempre a causa di baci che vorrebbero essere affettuosi, ma che invece risultano fatali.

Il post su Facebook

«Voglio solo rendere la gente consapevole dei rischi che possono provocare baciando un bambino, soprattutto un neonato. So quanto è straziante vedere il proprio figlio stare male e vorrei che non succedesse ad altre famiglie. Nessuno aveva visto le foto di Noah durante quel periodo terribile, ma poi ho capito che pubblicarle avrebbe aiutato a comprendere l’importanza di non baciare un neonato», ha spiegato la donna con un post su Facebook.

14 giugno 2019 (modifica il 14 giugno 2019 | 10:50)

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«A 44 anni sono in menopausa e mi trovo sperduta, a cercare un figlio»


Pubblichiamo la domanda inviata da un lettore al forum Procreazione medicalmente assistita e la risposta data da due dei nostri esperti, le dottoresse Giada Gramegna e Anna Elisa Nicolosi (Unit di PMA della Fondazione Ca’ Granda – Ospedale Maggiore Policlinico di Milano).

Ho 44 anni e mi trovo sperduta a cercare un figlio (non ho altri figli) con ovodonazione. Da poco ho scoperto di essere in menopausa, ma non si sa esattamente da quanti anni (prendevo la pillola): ci a seguito di amenorrea post pillola che gi avevo avuto anni fa. I ginecologi hanno azzardato che forse la tiroidite di Hashimoto che ho avuto possa esserne la causa, ma solo un’ipotesi. Sono francamente amareggiata perch quando ho avuto la tiroidite (che ha causato ipotiroidismo) nessun medico mi ha mai accennato al fatto che potesse essere un problema per le mie ovaie. E adesso sono alla prese con ovodonazione, di cui si parla pochissimo.
Anna

Gentile Signora Anna, capisco il suo smarrimento e la sua confusione. Poche informazioni disorientanti e l’impatto con la possibilit di ovodonazione sembra essere stato abbastanza forte e inaspettato. Per quanto riguarda l’eventuale correlazione tra tiroide e ovaie lascerei l’approfondimento ad una collega ginecologa. Invece rispetto all’ovodonazione, e pi in generale la fecondazione eterologa, ha ragione: se ne parla poco ma in Rete si trovano anche troppe indicazioni difficili da filtrare. Ritengo che il primo passo da fare sia affidarsi ad un centro per la fecondazione assistita eterologa in cui poter cercare risposte, fare esami clinici ma soprattutto avere informazioni concrete rispetto al percorso. Questo vi permetterebbe di chiarirvi le idee sulle procedure e valutare se fa per voi.
Penso possa essere importante rivolgersi anche ad uno psicologo per rielaborare i vissuti legati a tutto ci che vi ha portato a questo punto. Ma anche per creare uno spazio di riflessione sull’esperienza della fecondazione assistita. Si tratta di una grande possibilit data dalla medicina della riproduzione ma immagino non fosse il percorso di genitorialit che avete sempre immaginato. Le decisioni si prendono meglio a mente ordinatamente piena. Buon viaggio!
Giada Gramegna

Aggiungo alcune considerazioni cliniche. Una tiroide mal funzionante pu danneggiare la fertilit, poich interferisce con il processo di ovulazione, con l’impianto embrionario e con l’evoluzione della gravidanza, in termini di aumentato rischio di aborto spontaneo. Alcuni studi hanno supposto un legame tra autoimmunit tiroidea e ovarica, ma la relazione tra auto anticorpi tiroidei e menopausa precoce non mai stata sicuramente provata. Purtroppo tutto ci nel suo caso assume, ad oggi, uno scarso significato clinico. A 44 anni di et infatti le probabilit di gravidanza, spontanea o indotta con tecniche di procreazione assistita omologa, sono estremamente basse. Di conseguenza, l’ovodonazione risulta comunque la scelta terapeutica migliore.
Anna Elisa Nicolosi

13 giugno 2019 (modifica il 13 giugno 2019 | 18:11)

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Leucemia cronica, la terapia dura a lungo. Ma non per sempre


Si chiama leucemia, e la sola parola incute timore, e cronica, per indicare il fatto che non guarisce. Si può curare, certo. Ma come tutte le malattie definite croniche, accompagna la persona in modo permanente. La leucemia linfatica cronica non è però un tumore del sangue fra i più temibili e aggressivi: sebbene sia considerata inguaribile, le cose per chi ne soffre stanno per cambiare, visto che una nuova terapia, somministrata per due anni, appare talmente efficace da permettere ai malati di poterla poi interrompere. «È un nuovo importante passo avanti – dice Armando Santoro, responsabile dell’Oncologia ed Ematologia all’Istituto Clinico Humanitas di Milano -: uno studio dimostra che in alcune categorie di pazienti una combinazione di farmaci, senza chemioterapia, può per la prima volta essere prescritta “per una durata fissa”. Ovvero, dopo 24 mesi alcuni pazienti che soffrono di questo tumore del sangue possono smettere la cura. E quindi pensare di vedere definitivamente scomparsa una patologia che, come dice il nome stesso, era finora considerata cronica. Dunque inguaribile».

Che cos’è la leucemia linfatica cronica


Che cos’è


Malattia scoperta per caso

Oggi in Italia si contano circa 3mila nuovi casi all’anno di leucemia linfatica cronica, che colpisce soprattutto le persone con più di 70 anni d’età. In fase iniziale la malattia non dà particolari disturbi e la maggior parte dei malati arriva a una diagnosi solo «per caso», facendo un emocromo per motivi diversi. «Più di un terzo di loro non dovrà mai fare altro che controlli perché si tratta di un tumore poco aggressivo – sottolinea Paolo Ghia, professore di Oncologia Medica all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano -. Un ulteriore terzo dei pazienti, invece, avrà bisogno di cure per anni o persino decenni dopo la diagnosi quando la malattia progredirà (senza comunque essere la causa del decesso). Ma ci sono persone che scoprono la malattia perché hanno dei sintomi come l’ingrossamento dei linfonodi o della milza che sono segno di una leucemia avanzata: per loro la necessità di terapie è più veloce».

Le cure standard e innovative

Le terapie, quando necessarie, si basano principalmente su diversi farmaci associabili fra loro in diverse combinazioni. «Il trattamento della leucemia linfatica cronica è personalizzato in base ai sintomi del paziente, allo stadio della malattia e alla prognosi – spiega Paolo Corradini, direttore del Dipartimento di Ematologia dell’Istituto Tumori di Milano -. Nel momento in cui si rende necessaria una cura, le opzioni comprendono per lo più un’associazione di chemioterapia e anticorpi monoclonali. Sono stati peraltro messi a punto recentemente nuovi ed efficaci farmaci «intelligenti» che impediscono l’espansione delle cellule bloccandone i meccanismi di crescita». Quando la malattia avanza servono altri trattamenti, che sono generalmente efficaci, ma in una piccola percentuale di malati le cose si complicano. È in questo scenario che l’associazione di venetoclax (un nuovo farmaco che agisce come una “pallottola intelligente” bloccando il meccanismo attraverso il quale la cellula cancerosa si riproduce) e dell’anticorpo monoclonale rituximab riduce il rischio di progressione della malattia o morte del paziente. «Gli esiti dello studio MURANO, condotto su circa 400 malati con leucemia linfatica cronica con recidiva e refrattari (ovvero che non rispondevano) alle precedenti terapie, dimostrano che questa nuova forma di trattamento può permettere un significativo miglioramento dell’aspettativa di vita anche in malati con quadri clinici a prognosi più sfavorevole» prosegue Ghia. 

Nuove speranze

«Da quando, solo pochi anni fa, sono state introdotte nell’armamentario terapeutico della leucemia linfatica cronica le nuove molecole che permettono di evitare l’uso dei chemioterapici si è sempre ritenuto che il trattamento non potesse essere sospeso se non per tossicità o per una ricaduta – chiarisce Santoro -. Per la prima volta un regime terapeutico può essere somministrato per un periodo fisso (24 mesi) alla fine dei quali i pazienti possono interrompere l’assunzione del farmaco e avranno la fondata speranza di ottenere che la malattia da cui sono affetti si riduca a livelli minimi tali da non essere rilevabile dagli attuali strumenti diagnostici. Non possiamo ancora affermare che questo risultato equivalga alla guarigione, ma sicuramente si tratta di un importante avanzamento in questa direzione».«Sono risultati impensabili fino a soltanto 10 anni fa – conclude Felice Bombaci, responsabile dei gruppi pazienti dell’Associazione Italiana contro le leucemie, linfomi e mieloma -. E in una patologia che può essere difficile da trattare in pazienti per lo più “anziani”, non di rado alle prese con altre malattie tipiche dell’età che avanza. Un progresso rilevante anche perché consente di migliorare la qualità di vita di queste persone, con minori effetti collaterali e con un risparmio per il sistema sanitario».

I segnali da non ignorare

La leucemia linfatica cronica può provocare diversi sintomi fra cui: anemia, determinata dalla riduzione dei livelli di globuli rossi, che a sua volta può provocare altre conseguenze, come un senso di stanchezza cronica, debolezza e respiro affannoso.
Ematomi o lividi «spontanei» (senza che ci siano stati urti o traumi) possono segnalare la presenza di un tumore del sangue: ciò è principalmente legato alla carenza grave di piastrine, indispensabili per la coagulazione, per cui se mancano è più facile che il sangue si addensi.
Infezioni: il rischio sale a causa della riduzione dei livelli di globuli bianchi sani e dell’indebolimento del sistema immunitario. Le infezioni sono la causa di circa il 30-50% dei decessi legati alla leucemia linfatica cronica.
Splenomegalia, o ingrandimento della milza, che può causare sazietà precoce o sensazione di pienezza addominale. È bene andare da un medico anche se i linfonodi superficiali del collo, delle ascelle o dell’inguine si ingrossano, anche senza provocare dolore. Febbre, da non trascurare (talvolta anche pochi gradi), in particolare pomeridiana o notturna, se non passa da settimane e di cui non c’è una causa evidente. Può in molto casi nascere da un’infezione.

12 giugno 2019 (modifica il 13 giugno 2019 | 16:36)

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Su Corriere Salute in edicola gratis oggi con il Corriere : «Perché per le donne dimagrire è più difficile»


Le donne scelgono cibi sani anche al ristorante, introducono meno calorie rispetto ai compagni e vanno in palestra pi spesso. Allora perch ingrassano pi facilmente rispetto agli uomini e dimagriscono con grande fatica?

Con l’aiuto degli esperti del Corriere Salute cerchiamo di capire quali sono le cause di questa difficolt: se fisiologiche, ambientali o di stile di vita. Qualche chiarimento in pi sull’influenza del metabolismo, sull’importanza degli aspetti socio-economici che regolano la scelta del cibo e sullo stress e gli alimenti usati come consolazione. Senza dimenticare il diverso effetto dell’assunzione di alcol e calorie sulle donne e il ruolo degli ormoni e della menopausa.

12 giugno 2019 (modifica il 13 giugno 2019 | 11:16)

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Cardiologia: nel forum potete trovare tutte le risposte alle vostre domande


Come cambiano le cure delle malattie cardiovascolari (al primo posto tra le cause di mortalit), come si evolve il modo di diagnosticarle e di prevenirle, dove ci porta la ricerca: se ne parla nel nuovo forum tematico di Corriere Salute. Risponde ai lettori un team coordinato dal professor Cesare Fiorentini, direttore Area clinica del Centro Cardiologico Monzino IRCCS di Milano, primo ospedale in Europa interamente ed esclusivamente dedicato alla ricerca, alla cura e alla prevenzione delle malattie cardiovascolari dell’adulto. Leggete la risposta alla domanda su colesterolo e statine cliccando qui.


Gli altri autori sono Elena Tremoli, direttore scientifico, e i seguenti specialisti di tutte le aree cliniche del Centro Cardiologico Monzino: Piergiuseppe Agostoni, Marco Agrifoglio, Francesco Alamanni, Marina Alimento, Daniele Andreini, Anna Apostolo, Emilio Maria Assanelli, Antonio Bartorelli, Corrado Carbucicchio, Franco Fabbiocchi, Stefano Genovese, Massimo Mapelli, Giancarlo Marenzi, Piero Montorsi, Mauro Pepi, Gianluca Polvani, Giulio Pompilio, Gianluca Pontone, Stefania Riva, Luca Salvi, Claudio Tondo, Daniela Trabattoni, Piero Trabattoni, Pablo Werba.

12 giugno 2019 (modifica il 13 giugno 2019 | 11:15)

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L’isteria non ha origine psicologica ma organica: è un eccesso di glutammato


Poco pi di 40 anni la Legge Basaglia, la famosa 180 del ‘78, ha promosso la riforma psichiatrica in Italia ponendosi come atto finale del cosiddetto movimento di antipischiatria che considerava la malattia mentale non come il risultato di disfunzioni e disturbi, ma come la risposta a contraddizioni psicosociali da trattare al di fuori delle istituzioni manicomiali e senza l’approccio razionale con cui Freud smontava le deliranti costruzioni mentali del paziente.

La nuova antipsichiatria

In Canada sta ora nascendo un nuovo indirizzo di pensiero che ricalca quello basagliano con l’istituzione presso l’Universit di Toronto del primo corso antipsichiatrico tenuto da Bonnie Burstow che nega l’utilit dei farmaci e di pratiche come l’elettroshock nella malattia mentale. Ma a farsi largo in tutto il mondo soprattutto un altro indirizzo scientifico che si contrappone alla psichiatria classica con la concretezza che gli proviene dagli enormi progressi delle scienze radiologiche di neuro-imaging che minano le teorie psicoanalitiche nelle loro fondamenta dimostrando che alla base dei disturbi mentali esistono alterazioni neurobiologiche che ora si possono vedere e quantificare.

L’isteria eccesso di glutammato

L’ultimo studio di questo tipo stato appena pubblicato sulla rivista Neurology dai ricercatori diretti dal professor Alberto Priori dell’Universit di Milano Polo San Paolo, Direttore del Centro Aldo Ravelli per le terapie neurologiche sperimentali dell’ateneo milanese. I ricercatori da lui diretti, hanno dimostrato, insieme a quelli dell’Universit di Trieste, che l’isteria, a lungo ritenuta di natura psicogena, si verifica in realt per l’eccesso in una precisa area cerebrale del neurotrasmettitore eccitatorio per eccellenza, il glutammato. Oggi definita disturbo somatoforme o neurologico funzionale, l’isteria caratterizzata da sintomi come paralisi o perdita di forza a uno o pi arti, disturbi del cammino, tremori, convulsioni, eccetera che non sarebbero legati ad ansia o depressione, ma alle alterazioni neurochimiche di aree cerebrali deputate al controllo dei movimenti, alterazioni che Priori ha smascherato con la cosiddetta risonanza spettroscopica.

La risonanza che scopre le cause

sorprendente constatare come oggi sia possibile vedere non solo le vie del cervello, ma anche quelle della mente fino a studiare la psiche, se pensiamo che sono trascorsi meno di 50 anni da quando, il 1 ottobre 1971, fu usata la prima TAC al Saint George Hospital di Londra. 6 anni dopo Raymond Damadians mise a punto la molto pi precisa Risonanza Magnetica e nel ‘90, Seiji Ogawa svilupp la risonanza magnetica funzionale, con cui tramont l’era delle fotografie del cervello per passare a quella dei filmati in diretta che ci mostrano non solo come il cervello fatto, ma anche come funziona. Ma il cambio di marcia definitivo stato la messa a punto alla fine degli anni ’80 della MRS, acronimo di Magnetic Resonance Spectroscopy, cio risonanza magnetica spettroscopica o spettroscopia di risonanza magnetica ed proprio questa tecnica che, entrata nella routine dal 2012, ha permesso a Priori di riprendere il testimone lasciato in sospeso da Freud, individuando ci che il grande psichiatra non poteva vedere, cio il motivo biologico che determina l’isteria.

Freud e i tentativi sull’isteria

Il padre della psicoanalisi, che inizialmente era un neurologo, nel 1895, grossomodo quando pubblic i suoi studi proprio sull’isteria, abbandon le neuroscienze. Nel suo scritto “Progetto per una psicologia scientifica” descrive i suoi infruttuosi tentativi di correlare cervello e psiche. I motivi che lo portarono ad abbandonare la neurologia quando stava studiando questa malattia non sono ancora chiari, ma probabile che i pochi strumenti d’indagine disponibili ai suoi tempi l’abbiano spinto a indirizzare i suoi interessi sulle determinanti psicologiche dei processi psicodinamici, piuttosto che su quelle cerebrali che, senza i mezzi di cui oggi disponiamo, allora non poteva verificare.

Ragioni organiche e non psicologiche

Priori, invece, grazie alla MRS, ha potuto vedere quali e quanti metaboliti (le tracce di un determinato neurotrasmettitore) sono presenti e dove nella malattia che Freud aveva chiamato isteria. Ha cos anche verificato che le associate alterazioni del movimento non hanno origine psicologica come sempre ritenuto, bens una precisa base organica, cio un eccesso del neurotrasmettitore glutammato a livello dell’area cerebrale chiamata sistema limbico e l’incremento del glutammato limbico proporzionale alla gravit delle alterazioni “isteriche”. La scoperta di questo accumulo in ci che ora chiamiamo disturbo motorio funzionale, finora senza spiegazioni neuroanatomiche e a lungo attribuito a stati d’ansia, depressione, eccetera, apre le porte a nuove vie di trattamento mirato con farmaci gi disponibili per altri scopi (abuso di sostanze, disturbi alimentari, per anestesia, ecc), ma che nessuno aveva mai pensato di usare come antiglutammatergici in questo disturbo.

Nuovi trattamenti

Freud tutto questo non poteva ovviamente saperlo e bisogna inchinarsi di fronte alla sua capacit clinica nel catalogare sia i sintomi della malattia, sia gli effetti che su di essa avevano i trattamenti psicoterapici che mise a punto. N poteva sapere che le psicoterapie da lui elaborate solo sulla base alla loro efficacia clinica, in realt plasmano l’attivit dei neuroni cerebrali con un’azione simile a quella dei farmaci, anche se pi lenta e meno vigorosa, come hanno scoperto solo nel 2014 i ricercatori dell’Universit del Michigan diretti da Howard Shevrin. Se il trattamento psicoanalitico resta tuttora insoddisfacente –dice la Professoressa Orsola Gambini, coautrice dello studio di Neurology e Direttrice della Clinica Psichiatrica del polo universitario San Paolo- dopo questa scoperta, quantomeno in questi pazienti, si potr puntare per la prima volta su una terapia causale mirata con trattamenti in grado di ridurre il glutammato limbico. Spostando l’asse sulle cause del disturbo da quelle impalpabili di tipo psicologico a quelle misurabili di tipo neurochimico, si potrebbe impartire una svolta epocale al trattamento di malattie come l’isteria che aveva deluso Freud al punto da spingerlo ad abbandonare la neurologia nella speranza di trovare una risposta nella psichiatria. Una risposta arrivata soltanto un secolo dopo dai laboratori di neuroimaging di un ospedale milanese.

13 giugno 2019 (modifica il 13 giugno 2019 | 13:45)

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«La mia bambina ha tosse con fischio È giusto curarla con il cortisone?»


Pubblichiamo la domanda inviata da un lettore al forum Pediatria e la risposta data da uno dei nostri esperti, la dottoressa Valentina Rovelli (Unità operativa di Pediatria e Neonatologia, Ospedale San Paolo – ASST Santi Paolo e Carlo, Milano).

La mia bambina di 13 mesi ha una forte tosse e a volte mi pare di sentirla fischiare. Ho dato il cortisone perché ricordavo che servisse in questi casi, c’è altro che devo fare? Con il cortisone sembra andare meglio ma non so… può essere sintomo di qualcosa di grave? Grazie mille, aspetto un vostro parere.
Silvia

Cara signora, il primo consiglio in questi casi è sicuramente quello di effettuare una valutazione pediatrica, che sappia valutare la situazione e meglio indicare le scelte terapeutiche da effettuarsi. La presenza di “fischio” fa ben ipotizzare la presenza di un broncospasmo, componente delle bronchiti asmatiche ma anche elemento indicativo di possibile asma “pura”. Consiglierei in prima istanza di effettuare una valutazione con il suo Pediatra Curante per trattare nel modo corretto l’episodio anche con gli opportuni controlli clinici nel tempo, e poi con lui valutare l’eventuale indicazione ad effettuare ulteriori accertamenti specialistici (qualora non si tratti di un primo episodio, isolato, potrebbe infatti valere la pena pensare a una componente allergica, soprattutto se in presenza di familiarità positiva, e procedere pertanto a una valutazione specialistica). Cari saluti.

12 giugno 2019 (modifica il 12 giugno 2019 | 09:54)

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