Chi sono gli Arbëreshë e perché il presidente Mattarella è andato a far loro visita


Gli abitanti di Spezzano Albanese (Cosenza) con gli abiti tipici della comunità arbëreshë (Wikipedia)
in foto: Gli abitanti di Spezzano Albanese (Cosenza) con gli abiti tipici della comunità arbëreshë (Wikipedia)

Gli arbëreshë, ossia gli albanesi d’Italia, sono una minoranza linguistica e culturale presente nella parte meridionale e insulare d’Italia. Di questa antica collettività, detta Arberia, fanno parte circa 100mila persone e tra questi, almeno l’80%, parla o comprende la propria variante locale dell’arbëresh, la lingua del gruppo. Gli italo-albanesi sono dispersi a macchia di leopardo in diverse regioni: Campania, Molise, Puglia, Basilicata, Sicilia e, soprattutto, Calabria, dove c’è la comunità più numerosa, con oltre 58.000 persone.
Della madre patria, gli arbëreshë, conservano, oltre alla lingua (un vero miracolo, se si considera che si tratta di un’idioma che resiste da sei secoli ed è stato tramandato solo oralmente), anche tutta una serie di tradizioni religiose, culturali e gastronomiche. Un’identità che si fonda ancora su riti religiosi – la gran parte delle cinquanta comunità conserva tuttora il rito bizantino durante la liturgia – costumi, arte e gastronomia, gelosamente trasmessi di generazione in generazione. Gli albanesi d’Italia fanno parte, quindi, di quel ricco patrimonio di diversità linguistiche e culturali presente nel nostro Paese tutelato dalla stessa Costituzione, come previsto dall’articolo 6, e da una legge del 1999 che riconosce l’albanese tra le lingue da valorizzare.

Il busto di Giorgio Castriota Skanderbeg nel centro storico di Cosenza (Wikipedia)
in foto: Il busto di Giorgio Castriota Skanderbeg nel centro storico di Cosenza (Wikipedia)

Quando arrivarono gli albanesi in Italia? La diaspora albanese avvenne tra il XV e il XVIII secolo, in seguito alla morte dell’eroe nazionale, il leggendario Giorgio Castriota Skanderbeg (1405-1468). Nonostante i suoi successi militari, il condottiero albanese non riuscì ad impedire la conquista ottomana e il Paese delle Aquile dovette lentamente cedere al dominio turco. Da ciò conseguirà l’intensificazione dell’emigrazione di profughi verso le terre pugliesi, particolarmente nelle zone di Otranto e della Capitanata. Da allora gli albanesi continuarono a creare nuove comunità nel meridione fino alla prima metà del diciottesimo secolo. Grazie all’importante azione del clero nel mantenere una specifica identificazione etnica, nel ‘900 vennero addirittura istituiti due vescovati per gli albanesi, uno in Sicilia ed un secondo che attualmente ha la sua sede a Lungro in Calabria. A Skanderbeg, diventato il simbolo della volontà di indipendenza dal dominio del sultano, sono state dedicate numerose opere di narrativa, tra cui spicca quella di padre Fan S. Noli, Istorinë e Skënderbeut (La storia di Skanderbeg, 1921). Pubblicata dopo la prima guerra mondiale, la sua popolarità fu tale che tutti gli studenti delle scuole albanesi la imparavano quasi a memoria. Inoltre, nelle piazze principali di ciascun paese, c’è il suo busto.

Cartello bilingue, italiano–albanese, nel comune di Maschito, in provincia di Potenza (Wikipedia)
in foto: Cartello bilingue, italiano–albanese, nel comune di Maschito, in provincia di Potenza (Wikipedia)

La loro lingua è l’arbërisht, varietà antica del tosco, il dialetto meridionale dell’albanese. L’idioma però ha avuto diverse contaminazioni con il greco antico e con i dialetti del sud Italia. Una lingua, quindi, di antica tradizione che tuttavia ha saputo tramandare nei secoli il proprio patrimonio culturale. In Calabria, ad esempio, conservano l’uso della lingua albanese circa 58.000 abitanti in 35 comuni. Ma l’albanese si parla anche in Puglia (12.800 persone), Sicilia, Molise, Basilicata, Abruzzo e Campania. Purtroppo, negli ultimi decenni, le comunità arabëresh hanno dovuto subire forti fenomeni, peraltro diffusi in tutto il meridione, di emigrazione verso le aree più urbanizzate, il settentrione e l’estero. In questo modo, comunità un tempo più numerose, sono oggi molto ridimensionate.

Il riconoscimento degli arbëreshë è tale che ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha reso omaggio alla figura di Giorgio Castriota Skanderbeg nel giorno del 550˚ anniversario della sua morte. Il Capo dello Stato si è recato a San Demetrio Corone, in provincia di Cosenza, dove ha incontrato il suo omologo albanese, Ilir Meta, e insieme hanno inaugurato una targa commemorativa dedicata a Skanderbeg, molto amato anche dalle comunità albanofone calabresi eredi delle popolazioni giunte in Italia tantissimi anni fa. “La diaspora albanese – ha ricordato Matarella – identificò proprio in Skanderbeg il collante per mantenere vivo il legame con la patria d’origine, integrandosi pacificamente ed efficacemente in varie zone d’Italia”. “Gli arbëreshë – ha sottolineato il Capo dello Stato – costituiscono una storia di integrazione e accoglienza che ha avuto pieno successo, un esempio di come la mutua conoscenza e il reciproco rispetto delle culture siano strumento di crescita per le realtà territoriali e per i Paesi in cui le diverse comunità vivono”. “La preservazione delle antiche origini, la reciproca influenza, la fusione armonica di lingua, cultura e tradizioni – è stato l’elogio di Mattarella – sono state nei secoli e sono ancora oggi il “valore aggiunto” di queste comunità. Realtà che svolgono un’essenziale funzione di ponte tra i ‘due popoli di fronteʼ, come spesso ci si riferisce ad albanesi e italiani”.


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