Cucchi, minacce di morte all’avvocato di Tedesco, il carabiniere che ha confessato il pestaggio


Dopo lo striscione a Brindisi nei confronti di Francesco Tedesco, il carabiniere imputato nel caso di Stefano Cucchi, che ha fatto rivelazioni importanti sulla responsabilità di due colleghi, l’avvocato dello stesso militare, Eugenio Pini, ha presentato querela in Procura a Roma, per “tutelare me stesso” in merito a presunte minacce di morte attraverso una telefonata arrivata nella notte. Pini ha parlato di una voce dall’accento siciliano e non camuffata: “Lei sa chi mi ricorda? Rosario Livatino”, facendo riferimento al giudice ucciso dalla mafia e aggiungendo in seguito: “la seguirò, non solo spiritualmente”.

Le parole del legale di Tedesco

Pini aveva rilasciato alcune dichiarazioni cinque giorni fa: “Oggi c’è stato uno snodo significativo per il processo, ma anche un riscatto per il mio assistito e per l’intera Arma dei Carabinieri. Gli atti dibattimentali e le ulteriori indagini individuano nel mio assistito il carabiniere che si è lanciato contro i colleghi per allontanarli da Stefano Cucchi, che lo ha soccorso e che lo ha poi difeso. Ma soprattutto è il carabiniere che ha denunciato la condotta al suo superiore ed anche alla Procura della Repubblica, scrivendo una annotazione di servizio che però non è mai giunta in Procura, e poi costretto al silenzio contro la sua volontà. Come detto, è anche un riscatto per l’Arma dei Carabinieri perché è stato un suo appartenente a intervenire in soccorso di Stefano Cucchi, a denunciare il fatto nell’immediatezza e a aver fatto definitivamente luce nel processo”.

L’avvocato del maresciallo Mandolini all’attacco

E nel frattempo un altro avvocato, Giosuè Bruno Naso, legale del militare Roberto Mandolini, anche lui sotto processo per l’omicidio preterintezionale di Stefano Cucchi, oltre che per calunnia e falso, ha scritto al collega Francesco Petrelli, legale di Tedesco parlando di “inconfessabili accordi con il pm” e in particolare “la promessa derubricazione della imputazione elevata nei confronti del cliente in quella di favoreggiamento, reato allo stato già prescritto, anche a costo di aggravare la posizione di tutti gli altri imputati”. La missiva è incentrata proprio sul racconto del carabiniere Tedesco, che nel corso di almeno tre interrogatori davanti ai pm, ha ricordato cosa accadde nell’ottobre del 2009 nella caserma dell’Arma di via Appia. “In un processo di tale delicatezza – scrive Naso nella lettera di cinque pagine – in un processo condizionato come pochi altri da fattori stravaganti ed extraprocessuali tu che fai? Accompagni il tuo assistito nell’ufficio del pm perché questi conduca un’indagine parallela e riservata rispetto a quella in corso con innegabili, inevitabili se non addirittura perseguiti effetti di condizionamento su quello che sarà il di lui contributo dibattimentale?». Naso rivolgendosi al collega prosegue: “Se non ti conoscessi da decenni, se non riconoscessi in te qualità professionali di eccellenza – aggiunge -sarei costretto a pensare che hai smarrito all’improvviso e tutto in una volta il tuo corposo corredo professionale”. Per l’avvocato, invece, “la ragione che appare inconfessabile ma assolutamente chiara è la promessa derubricazione della imputazione elevata nei confronti» di Tedesco «in quella di favoreggiamento, reato allo stato già prescritto, anche a costo di aggravare la posizione di tutti gli altri imputati”.


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