Darei la vita per tornare a quella notte


“Sento dolore e rimpianto per quanto è successo e mai avrei voluto succedesse, Molto spesso penso a ciò che ho perso, ai miei genitori, alla mia vita che forse non era un granché, ma era libera. Mi capita di pensare anche alla morte che forse sarebbe l’unica soluzione se pensassi che ciò mi potrebbe riportare a quella maledetta notte, lo farei senza nessun rimpianto, perché so che sarebbe giusto”. Sono le parole di pentimento contenute in una lettera dal carcere di Riccardo Viti, 59 anni, noto alle cronache come ‘il mostro di Ugnano’. Dal 2014 Viti è rinchiuso nel carcere di Sollicciano per l’omicidio di Andrea Cristina Zamfir, la giovane romena trovata ‘crocifissa’ sotto un cavalcavia alla periferia di Firenze. Nella lettera, di cui Fanpage.it, pubblica in esclusiva alcuni stralci, Riccardo Viti esprime la sua frustrazione di non essere stato – a suo avviso – ascoltato. “Non mi è stato permesso potermi difendere perché era stato già tutto deciso. Sono consapevole che quanto è successo è tragico, che ne porterò il peso tutta la vita, che non posso tornare indietro, ma quella ragazza non l’ho presa con la violenza, non l’ho obbligata o costretta in nessun modo al mio volere, ma tutto è stato frutto di un accordo economico che tutt’oggi rimpiango”.

La lettera

I fatti sono avvenuti la sera del 6 maggio 2014. Riccardo Viti, 59 anni, esce in cerca di avventure sessuali come fa spesso. “Feci prima un giro nei pressi della motorizzazione dove era possibile trovare coppiette o gay che in genere si trattenevano lì per fare scambi di coppia o per consumare rapporti sessuali di vario tipo, ma non trovai nessuno e decisi di recarmi alle Cascine dove avrei potuto incontrare qualche prostituta. Giunto sul posto vidi la povera Andrea, presi dal cofano la valigetta che conteneva il lubrificante, l’asta di legno, lo scotch e il guanto e percorremmo insieme la breve strada in salita che conduceva alla sbarra.” L’indomani la ragazza viene ritrovata nuda, con le braccia fissate a una recinzione in posizione ‘crocifissa’ e un bastone conficcato nel retto. A causare la morte è stato proprio quel pezzo di legno. Andrea si sarebbe salvata se fosse stata immediatamente soccorsa, ma non è andata così, Viti è fuggito lasciandola immobilizzata e urlante. Ancora oggi sostiene di non avuto alcuna intenzione di ucciderla: “Prego per lei ogni giorno e provo un dolore immenso per aver tolto una mamma a due poveri bambini.”

Il percorso in carcere, tra studio e terapia

In carcere è stato sottoposto a terapie di gruppo per uomini ‘maltrattanti’, etichetta che Viti respinge: “Sono una persona che ha condotto una vita libertina pagando delle persone per il proprio piacere personale, sfruttandole per il mio piacere sessuale e investendo gran parte dei miei soldi su di loro” scrive dal carcere. “Alla dottoressa e allo psicologo (gli specialisti che lo hanno seguito all’interno dell’istituto di pena, ndr) ho detto che non sono arrabbiato, che non alzo mai la voce, che so che pensano che sono un uomo pericoloso, ma non tutti coloro che fanno sesso diverso sono violenti”. Da quanto è in carcere Viti ha deciso di dedicarsi agli studi umanistici. “Il mio percorso universitario, pur con molte difficoltà di carattere burocratico, ma non solo – scrive – sta procedendo e sono deciso a portarlo fino in fondo”. Quanto alla vita che ha lasciato fuori dalle mura del carcere, Viti continua a contare sul sostegno di quei genitori che lo hanno sempre accudito e protetto. Quanto ai pochi ‘amici’, non hanno mai risposto alle sue lettere.


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