Donne caregiver, un lavoro di cura ancora non riconosciuto


Un «esercito silenzioso» di donne che si dedicano alla cura dei propri cari ammalati, figli, partner, genitori spesso non autonomi: lo fanno 86 donne su 100. Di queste, una su tre si occupa dei propri cari senza ricevere alcun aiuto, una su due può fare affidamento su collaborazioni saltuarie in famiglia e solo nel 14 per cento dei casi si usufruisce di un aiuto esterno. Va ancora peggio per le donne che lavorano: solo una su quattro riesce ad avere agevolazioni al lavoro, come accesso al part time o allo smart working. A evidenziarlo è il Libro Bianco 2018 «La salute della donna – Caregiving, salute e qualità della vita» realizzato da Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, col supporto non condizionato di Farmindustria, presentato alla Camera dei deputati. Quest’anno una parte del rapporto, giunto alla sesta edizione, è dedicata al lavoro di cura proprio per il suo impatto sulla salute e sulla qualità di vita delle donne. 

L’impatto sulla salute

«Si tratta di un lavoro di cura svolto ogni giorno a favore di persone non autonome, che va dalle medicazioni alla somministrazione delle terapie, dalla cura delle persone fino al disbrigo di pratiche burocratiche – dice Francesca Merzagora, presidente di Onda -. Secondo i dati Istat del 2011 i caregiver sono oltre 15 milioni di persone, a volte anche loro anziane, e prevalentemente donne. È un carico assistenziale che impatta notevolmente sulla salute psicofisica e gli stili di vita. Si rimandano i controlli, le visite mediche, gli esami, spesso non si riesce ad avere un riposo adeguato e a svolgere attività fisica, inoltre, il cambiamento di abitudini e la mancanza di tempo libero modificano le relazioni affettive e familiari portando all’isolamento, fino ad arrivare nei casi più estremi alla sindrome del burnout, uno stato di esaurimento emotivo, mentale e fisico causato da uno stress prolungato nel tempo legato a un carico eccessivo di lavoro e problemi familiari». 

La fragilità delle donne

Il Libro Bianco conferma che nonostante le donne vivano più a lungo – 84,9 anni contro gli 80,6 degli uomini – hanno un’aspettativa di vita in buona salute di 57,8 anni rispetto ai 60 anni degli uomini, perché più soggette a fragilità, pluripatologie, perdita di autosufficienza e più predisposte a disturbi cognitivi e depressivi. «È vero che le donne vivono più a lungo degli uomini, ma questi anni in più spesso sono gravati da patologie croniche, da una maggiore disabilità e fragilità – spiega Alberto Pilotto, direttore del dipartimento Cure geriatriche, ortogeriatria e riabilitazione – area delle fragilità, degli Ospedali Galliera di Genova -. Sono soprattutto loro a farsi carico dell’assistenza dei propri cari a domicilio, ma anche in ospedale e nelle residenze sanitarie. Le strategie per migliorare la salute dovrebbero riguardare anche i caregiver, dalla prevenzione alla gestione di malattie croniche in maniera appropriata, dall’attività fisica al coinvolgimento sociale». 

La necessità di un supporto

«Il ruolo del careviger è determinante anche nella gestione del paziente con una patologia neurologica – aggiunge Vincenzo Silani, direttore dell’unità operativa di neurologia e Stroke Unit all’IRCCS Istituto Auxologico Italiano di Milano -. Curare il paziente significa prendersi cura anche del careviger, che nella maggior parte dei casi è donna. Spesso, dall’oggi al domani, si trova ad acquisire competenze tecniche, sanitarie e psicologiche che non ha, e va seguita e supportata dal medico. Per questo, l’università di Milano da 12 anni organizza un corso di formazione per caregiver di pazienti con malattie neurologiche avanzate». «La donna ricopre un ruolo di manager familiare fondamentale per il benessere e la cura di tutti: basti pensare al corretto uso dei farmaci, all’aderenza terapeutica, al dialogo col medico di famiglia o con gli specialisti – sottolinea Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria -. Per occuparsi degli altri spesso trascura se stessa, anche nella gestione della propria malattia, per questo va sostenuta di più e meglio. L’industria farmaceutica si è dotata da anni di un welfare all’avanguardia, dalla previdenza ai servizi di assistenza e a misure come lo smart working». 

In attesa della Legge

Nonostante il ruolo strategico svolto da tempo, nel nostro Paese la figura del caregiver familiare non ha ancora un riconoscimento giuridico che consenta di avere tutele sanitarie, previdenziali, assistenziali, come avviene in altri Stati europei. La legge di Bilancio 2018 ha istituito il fondo per «la copertura finanziaria di interventi legislativi finalizzati al riconoscimento del valore sociale ed economico dell’attività di cura non professionale del caregiver familiare». Ma rimane inutilizzato in attesa dell’approvazione della legge sui careviger familiari. «L’Italia è oggi uno dei pochi Paesi in cui la figura del caregiver non gode di sufficienti tutele – sottolinea Francesca Merzagora -. Ci auguriamo che presto siano disciplinati tutti i diritti e le agevolazioni di chi presta assistenza ai propri familiari».

4 dicembre 2018 (modifica il 4 dicembre 2018 | 19:31)

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