Forse è la prova decisiva


Tra i reperti del Ponte Morandi, catalogati dai periti della procura e i consulenti, ne è stato trovato uno che potrebbe essere “la chiave” per spiegare il crollo, avvenuto il 14 agosto scorso e costato la vita a 43 persone: si tratta, si legge sul Secolo XIX, del reperto numero 132 che mostrerebbe un avanzato stato di corrosione dei cavi di acciaio dentro lo strallo di cemento armato. Corrosione, secondo i militari della Guardia di Finanza, che potrebbe essere conseguenza di manutenzioni carenti nel corso degli anni.

Ora analisi sul “reperto chiave” – Adesso il reperto sarà inviato in Svizzera per esami più approfonditi. Gli inquirenti lavorano sull’ipotesi che il collasso del viadotto possa essere stato causato dal cedimento degli stralli (i tiranti alla sommità della struttura) deteriorati da tempo e per i quali era stato approvato il progetto di retrofitting, il rinforzo appunto delle pile 9 e 10. I lavori sarebbero dovuti partire tra la fine di quest’anno e l’inizio del 2019. Nel piano di intervento comunque non era stata prevista la chiusura del ponte.
C’è da dire che l’avanzato “stato di corrosione” è stato sottolineato anche in un rapporto redatto dal pubblici ministeri Walter Cotugno e Massimo Terrile, titolari dell’inchiesta sulla strage di Genova.

Nuovi indagati? – Dopo questa perizia è molto probabile che salteranno fuori nuove imputazioni. I militari del primo gruppo della Guardia di finanza – coordinati dai colonnelli Ivan Bixio e Giampaolo Lo Turco – compileranno una nuova lista con altri nomi di tecnici e dirigenti che dovevano occuparsi della manutenzione sui tiranti e potrebbero essere indagate. Al momento sono 21 gli indagati: giovedì è stato aggiunto all’elenco un dirigente del ministero delle Infrastrutture. Le altre persone coinvolte chiamano in causa il Mit, Autostrade, Spea, Provveditorato e due società, Aspi e Spea.


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