Giulio Scarpati, il medico in famiglia «Sono stato il dottore degli italiani»


Dottor Giulio Scarpati, ho un dolorino sotto la scapola sinistra, cosa mi prescrive?
«Lei scherza, ma accadeva proprio così, e se cercavo di buttarla sul ridere c’era rischio che la gente si offendesse. Una volta, all’edicola, mi corre incontro una signora piuttosto distinta: “Per fortuna l’ho vista, avevo giusto bisogno di lei”. “Ma, a dire il vero…” “Non facciamo gli spiritosi, io il dolore ce l’ho davvero e lei me lo deve far passare”. Me la sono cavata consigliando una pomata innocua che stavo utilizzando per uno stiramento. C’erano anche ragazzini che chiedevano la mano delle mie figlie. Il successo di Un medico in famiglia è stato così travolgente che ho dovuto spesso staccare, altrimenti la mia carriera di attore finiva per essere solo identificata con quel ruolo».

Quindi la figura del medico gode ancora di grande rispetto?
«Il segreto di quella serie (andata in onda su RaiUno dal 1998 al 2016, ndr) è dovuto alla “normalità”, all’idea che un medico ha gli stessi tuoi problemi e quindi, oltre a curarti, può anche capirti. Gli italiani hanno nostalgia del dottore che veniva a casa con la borsa di pelle con dentro l’aggeggio per misurare la pressione e diverse siringhe, riceveva in ambulatorio mettendo la mano sulla spalla, conosceva i pazienti uno per uno, anche nella loro vita privata, sapeva ascoltare ma anche leggere ciò che diceva il corpo. Un po’ come Alberto Lupo nello sceneggiato televisivo La cittadella, se lo ricorda? Oggi il medico spesso sta seduto dietro a un computer e prescrive analisi».

Per quel ruolo, immagino si sia preparato compulsando tomoni di anatomia…
«Neanche per sogno. Mica dovevo fare diagnosi vere. Dovevo essere dottore nello stesso modo in cui ero padre. Ero interessato agli aspetti umani più che a quelli scientifici. Così ho cercato di capire come comunicare con il paziente, come rassicurarlo. Mi veniva spesso in mente qualche scena della mia infanzia, quando ero malato e il dottore, mentre mi visitava, si interessava a quel che facevo, allo studio, ai giochi, a cosa volevo diventare da grande».

Nel ruolo di medico ha imparato ad ascoltare meglio il suo corpo?
«Lo faccio da sempre. Sono stato addestrato fin da bambino, ad esempio, a riconoscere quando hai qualcosa di rotto: ti prende una strana nausea. Con mio fratello si faceva sempre a cazzotti. Un giorno si fratturò un piede giocando a tennis. Ma il gesso non vietava che continuassimo a pestarci. Per sfuggirmi, andò a sbattere contro una maniglia e fu la volta del gomito. Altro gesso, ma non bastò ancora. Mentre gli stavo assestando una botta in testa, lui alzò il gesso e stavolta mi spaccai io la mano. E così via, per anni».

Sulle scene non fate a cazzotti ma credo sia necessario rimanere in forma. Come si prepara?
«Cerco di tenere a bada i miei punti deboli, faccio abitualmente esercizi per la schiena e di respirazione per la voce. Il corpo ti dice sempre quando stai tirando troppo la corda, se ignori i suoi messaggi poi sono guai».

Adesso che non è più un ragazzino prende qualche precauzione in più?
«Prima mi lavavo i capelli e non li asciugavo, adesso non me lo posso permettere. E non gioco più a calcetto nelle partite scapoli contro ammogliati».

Ha mai interpretato il Malato immaginario?
«Noi attori siamo tutti malati immaginari. “Come stai?”. “Insomma…”. Per l’attore lamentarsi è come fare prevenzione: scaramanzia preventiva. Quando si avvicina la prima, cominci ad avvertire un abbassamento di voce, un dolorino di qua, uno di là, sei un po’ caldo… Io mi sentivo malato a quasi tutte le prime. Allora impari a dirti: “Pazienza”, e te ne dimentichi. Immaginarsi malato, spesso serve: ti carichi di maggiore energia per compensare un’eventuale debolezza. Poi ci sono gli incidenti veri. Sulla scena de La sposa di Messina di Schiller c’era una montagna di sale con i pezzi di cavallo conficcati dentro di Mimmo Paladino. Dovevamo correre su e giù e nelle prove mi stirai una coscia. Lo spettacolo doveva andare avanti e il regista mi fece entrare in scena portato su una sedia, dopo di che cominciavo a muovermi con le stampelle. Un’altra volta accadde nel Lorenzaccio. Nella partita Medici contro Strozzi sentivo che sarebbe finiva male. Decisi di stare in porta, ma avevo il destino segnato e mi fratturai un piede. Recitai con il gesso, sbucando da improbabili botole che mi consentivano di reggermi sulle braccia. Ho recitato anche con la febbre a 39: sudi come un matto e, a fine spettacolo, stai già meglio. Peggio quando vai in scena con un’intossicazione alimentare. Però impari a non fidarti di bettole da quattro soldi».

Veramente, con la mia domanda precedente, intendevo se ha mai interpretato l’opera di Molière…
«No, sono però in tournée con il Misantropo: non ha malattie, in compenso se la prende con il mondo intero. Per interpretarlo devo metterci tutta l’energia possibile. Ogni sera, a teatro, devo uscire dalla mia vita ed entrare in un’altra per raccontarne i sentimenti. Quando noi attori ci vogliamo assolvere dai nostri peccati diciamo: “Oggi il pubblico è cattivo”, ma nella maggioranza dei casi dipende dal fatto che non siamo entrati in scena con l’energia necessaria. Quando morì mio papà, stavo recitando a Chieti in Una giornata particolare di Ettore Scola con Valeria Solarino. Al mattino chiamò mia sorella: “Papà è peggiorato ma non preoccuparti, tanto domani rientri”. Aveva una voce strana, non mi convinceva, così chiesi al mio amico Stefano se mi accompagnava a Roma. Per strada seppi che era morto. Arrivai, lo salutai, poi tornai a Chieti. I colleghi capirono che avevo bisogno di spazio per il mio dolore: nessuno venne in camerino per farmi le condoglianze. Salii sul palcoscenico e profusi tutta l’energia che ero riuscito a incamerare. Finito lo spettacolo, corsi in camerino e piansi. Valeria uscì per gli applausi e chiese al pubblico di perdonarmi: dovevo stare solo con il mio dolore».

22 maggio 2019 (modifica il 23 maggio 2019 | 10:42)

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