gli stranieri sono l’8,5% della popolazione


Si sente parlare spesso di invasione di migranti, da tutti. In primis dai politici in cerca di consensi. Ma non sempre le parole sono affiancate da numeri e dati in grado di dare un valore reale a ciò che viene gridato. E infatti, il Dossier statistico immigrazione 2018 Idos, presentato oggi a Roma, spiega perché in Italia non si possa parlare di invasione. La raccolta presenta un’analisi delle migrazioni considerandole a 360 gradi: viene studiato il contesto internazionale, i flussi migratori, la presenza di immigrati e rifugiati in Italia, il mondo del lavoro, i diversi livelli di inserimento sociale, i contesti regionali.

Un tema che, tante volte, viene ricollegato ai migranti è quello del lavoro: in Italia c’è la paura che lo straniero possa “rubare il lavoro” ai cittadini che, in quanto italiani, lo meriterebbero di più. Questo assunto, che negli anni sta perdendo credibilità grazie a vari studi, è screditato anche dal dossier: nel 2017 gli occupati stranieri erano il 10,5% di tutti i lavoratori. I due terzi degli immigrati, in generale, ricoprono ruoli poco qualificati, principalmente nel settore dei servizi, dove il 67,4% dei posti è occupato da stranieri, o in quello dell’industria e dell’agricoltura, dove trovano impiego rispettivamente nel 25,6% e nel 6,1%. La percentuale più alta di stranieri però si trova nell’ambito dei collaboratori domestici e familiari: il 71%. In generale invece, proviene da un altro paese quasi la metà dei venditori ambulanti, così come più di un terzo dei facchini, il 18,5% dei lavoratori negli alberghi e nei ristoranti, un sesto dei manovali edili e degli agricoltori.

In Italia si parla di stranieri in senso generico, e comunemente non viene fatta distinzione tra comunitari ed extracomunitari, europei e no. È vero però che più della metà degli immigrati regolari, 2,6 milioni, proviene da un paese europeo e di questi circa il 30% viene da uno stato membro dell’Unione. Infatti, è proprio la comunità romena quella più ampia, con il 23,1% di tutti gli stranieri, circa 1.190.000 persone; segue quella albanese composta da 440mila, l’8,6%. Un quinto di tutti gli stranieri poi ha origine africane (di cui l’8,1% provenienti dal Marocco) e circa la stessa quantità arriva dall’Asia (il 5,7% sono cinesi). Per il resto, l’Italia accoglie stranieri da circa 200 paesi del mondo: 370mila persone (il 7,2%) arrivano dall’America, principalmente dall’America latina (6,9%), ma una parte proviene anche da Filippine, India, Bangladesh, Moldavia ed Egitto.

Secondo i dati più specifici sul numero di immigrati regolari e no, è evidente che dal 2013 in Italia non si sia verificato un sostanziale cambiamento. Più o meno, si parla sempre della presenza di cinque milioni di stranieri residenti anche a fine 2017, e questo significa 26.000 in meno rispetto alla stima del 2016. In generale, compongono circa l’8% della popolazione totale, percentuale che però cresce leggermente ogni anno, non per l’aumento degli immigrati, ma piuttosto per la diminuzione di un popolo italiano che è sempre più anziano e in uno stato di crisi demografica evidente, e che solo nel 2017 ha visto l’espatrio ufficiale di 115.000 cittadini. Un altro numero che rimane sostanzialmente invariato da circa tre anni è quello degli stranieri non comunitari: 3 milioni e 700mila, secondo i dati Istat. Questo, va sottolineato, anche per i controlli e i blocchi agli sbarchi: di fatto nel 2017  gli ingressi sono stati 119.000, con una differenza di 62.000 in meno rispetto all’anno precedente. Considerando poi che nel 2018 la lotta agli sbarchi è diventata ancora più strenua con le politiche del governo Lega-Movimento 5 Stelle, il report afferma che l’esplosione dei numeri di profughi irregolari che arrivavano in Europa tramite la traversata del deserto e del Mediterraneo, si può considerare pressoché conclusa dopo quattro anni, con l’arrivo complessivo 625.000 stranieri. Infatti, nei primi nove mesi del 2018 i dati di arrivo sono diminuiti del 90% rispetto allo stesso periodo del 2017, in cui l’Italia ha accolto il 69% degli oltre 172.000 migranti forzati arrivati in Europa via mare. Stando ai dati di Unhcr e Oim infatti, fino a ora, in Spagna sono sbarcate circa 34.000 persona, in Grecia 22.000 mentre in Italia 21.000.

Con questi numeri si abbassa anche quello dei minori stranieri non accompagnati: con il soccorso nel Mediterraneo infatti, nel 2016 sono arrivati oltre 25.800 persone, nel 2017 circa 15.800 e mentre nei primi mesi del 2018 i minori salvati sono stati 2.900. Quando si parla di minori non accompagnati, si fa riferimento principalmente di ragazzi (93%) tra i 16 e i 17 anni, provenienti soprattutto da Albania, Egitto, Guinea, Costa d’Avorio ed Eritrea. Le ragazze invece, provengono soprattutto dalla Nigeria. Nella quasi totalità dei casi sono vittime di tratta sessuale, costrette quindi, una volta arrivate in Italia, a prostituirsi, per ripagare il debito fatto per affrontare il viaggio nel Mediterraneo. Un debito che, se non risarcito, prevede la maledizione sia sulle ragazze che sulle loro famiglie.

Nel 2018 si stima che il numero di richiedenti asilo in Italia e quello dei titolari di protezione internazionale o umanitaria è pari allo 0,6% della popolazione totale, secondo l’Unhcr. In numeri, significa 354.000 persone. Considerando la percentuale sugli abitanti, l’Italia quindi è nella media con gli altri paesi dell’Unione europea, preceduta anzi da svariati stati come la Svezia che accoglie il 2,9%, l’Austria e Malta con 1,9%, la Germania e Cipro con 1,7% e la Grecia lo 0,8%. Se si guarda semplicemente al numero invece l’Italia risulta terza, con il primato della Germania che conta 1,4 milioni di richiedenti asilo e titolari di protezione, segue la Francia, con 400mila richiedenti. Per quanto riguarda il numero di stranieri invece, la Germania mantiene il primo posto con 9,2 milioni, il secondo paese invece è il Regno Unito con 6,1 milioni, poi l’Italia con 5 milioni, la Francia che ne conta 4,6 milioni e la Spagna con 4,4 milioni. Anche l’incidenza sulla popolazione complessiva, pari all’8,5%, è più bassa di quella di Germania (11,2%), Regno Unito (9,2%) e diversi altri paesi più piccoli dell’Unione, dove i valori superano anche in maniera consistente il 10%: Cipro con il 16,4%, l’Austria con il 15,2%, il Belgio con l’11,9% e l’Irlanda con l’11,8%.


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