Il decreto Salvini affossa gli Sprar e di fatto abolisce l’integrazione


Con il Decreto Sicurezza e Immigrazione di Salvini si attiverà una destrutturazione del sistema modello di accoglienza Sprar. Il decreto infatti impone una serie di limiti, limitando l’accesso al percorso Sprar ai soli titolari di protezione internazionale e ai minori stranieri non accompagnati. Questo significa puntare tutto sui Cas, e di conseguenza ampliare il braccio d’azione dei prefetti sull’assegnazione e la gestione dei Centri di accoglienza. Ma che cosa sono, come funzionano e quali contratti pubblici gestiscono i Cas? La raccolta dati effettuata da Openpolis permette di rispondere e chiarire molti interrogativi a riguardo. La Fondazione infatti, con l’obiettivo di creare un database aperto a tutti, ha stilato un rapporto che contiene storie, conoscenze e competenze e ha dato vita anche a un database di informazioni relative ai contratti pubblici in materia di accoglienza, raccolte dalla Bdncp, la banca dati dell’Anac (Autorità nazionale anticorruzione).

In Italia la questione immigrazione è stata affrontata nell’ultimo decennio come un perenne stato di emergenza. Il primo picco significativo del flusso è stato registrato nel 2011, poi dopo un periodo di stallo fino a tornare a crescere nel 2013 e nel 2014 si è stabilizzato sui livelli più alti, contando tra i 150mila e i 180mila arrivi. Così, fino a luglio 2017, quando è incominciato a registrarsi il cosiddetto “calo degli sbarchi”: una riduzione, da metà luglio a fine dicembre 2017, del 78% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’inversione di tendenza si sta protraendo a tutto il 2018 tanto che a settembre i migranti sbarcati risultano essere poco più di 20mila. La causa di un cambiamento così repentino è da attribuirsi soprattutto agli accordi tra Italia e Libia del 2 febbraio 2017. La drastica diminuzione delle partenze e le attività di ricerca e soccorso affidate alla cosiddetta guardia costiera libica però si traducono di fatto nell’aggiramento del principio di non refoulement, secondo la quale non può essere impedito a nessun essere umano l’ingresso sul territorio, né può esso essere deportato, espulso o trasferito verso territori in cui la vita o la libertà sarebbero minacciate. In questo modo invece si condannano migliaia di persone alla morte in mare e potenziali richiedenti asilo alla permanenza in Libia e a trattamenti inumani e degradanti.

Il sistema di accoglienza italiano è suddiviso in tre fasi: la prima si occupa di soccorso, assistenza e identificazione; la seconda invece prevede una prima accoglienza dove si completa l’identificazione e si verbalizza la domanda d’asilo; la terza, invece, si concentra nella seconda accoglienza. All’arrivo nei punti di sbarco, i migranti dovrebbero trovare luoghi e persone attrezzati e attivati per aderire agli impegni europei, all’identificazione e infine allo spostamento nei centri d’accoglienza o in quelli di permanenza per il rimpatrio. All’aumento degli arrivi a partire dal 2014 è stata data risposta attraverso la crescita di posti nei Centri di accoglienza straordinari (Cas), invece che nello Sprar che di fatto è un modello in tutta Europa.

È dunque nei Cas che si concentrano la maggior parte delle persone accolte, luoghi che per definizione rispondono a una logica emergenziale. Sono centri amministrati a livello nazionale, individuati dalla prefettura in accordo con l’ente locale. Ed è proprio lì, nell’emergenza e nell’amministrazione non ordinata che possono più facilmente annidarsi la cattiva gestione e il malaffare.

Il ruolo delle prefetture

Dall’analisi dei dati, considerando il periodo di tempo dal 2012 al 2017, risulta una crescita costante degli importi messi a bando per la gestione dei Cas, così come è cresciuto, ma non proporzionalmente all’importo, il numero dei bandi e il valore medio dei contratti, in particolare nel 2017. La tendenza è dunque quella di fare meno bandi ma con importi più elevati.

Come spiega OpenPolis, le procedure di scelta del contraente sono il modo attraverso cui le stazioni appaltanti decidono come assegnare un contratto. Ovviamente, ne esistono di più trasparenti e di meno: alcune permettono una maggiore competizione tra gli operatori, altre si caratterizzano di meccanismi meno chiari. Quelle più utilizzate sono la procedura aperta, in cui è garantito il massimo livello di trasparenza e di competitività tra i diversi operatori economici interessati; l’affidamento diretto in adesione ad accordo quadro, che appunto si attiva in seguito alla conclusione di un accordo quadro: si delinea una classifica di operatori abilitati a far parte dell’appalto e successivamente si assegnano i lotti agli operatori precedentemente definiti senza riaprire una competizione. Esiste poi la procedura negoziata senza previa pubblicazione di bando: in alcuni specifici casi le stazioni appaltanti possono negoziare i termini del contratto con un minimo di cinque operatori economici senza pubblicare preventivamente un bando di gara. Infine, molto diffuso è l’affidamento diretto: non prevede un confronto competitivo tra più operatori economici, dovrebbe essere utilizzato solo per importi sotto soglia o comunque per rispondere a situazioni di necessità e di “estrema urgenza“. È una procedura poco trasparente e che non permette alcun tipo di competizione per l’aggiudicazione del bando.

Dall’analisi, risulta che il comportamento delle prefetture è molto disomogeneo sul territorio italiano. Colpisce come la sola Trapani abbia messo a bando tra il 2012 e il 2018 più di 73 milioni di euro attraverso 337 contratti in affidamento diretto, ovvero il 20% circa di tutti i contratti in affidamento diretto fatti dalle prefetture italiane in materia di accoglienza negli anni considerati. Questo dato ci porta a interrogarci sul perché alcune prefetture abbiano fatto un uso così intenso di questa procedura. Nonostante un importo totale molto elevato, quello medio per contratto invece, nel caso siciliano, si pone sotto alla media nazionale. E questo è importante sottolinearlo perché un conto è assegnare con una procedura non competitiva e non trasparente importi relativamente bassi, magari per prorogare un affidamento in attesa di un nuovo bando, un altro è assegnare con una procedura di questo tipo contratti con un valore economico molto alto. Comunque, due casi sono da segnalare nel quadro italiano in termini di accoglienza, e sono quello di Trapani e di Torino.

La provincia di Trapani risulta essere tra quelle in cui c’è la maggiore incidenza di migranti, nel sistema di accoglienza, in rapporto alla popolazione residente. Così come è forte la presenza di minori stranieri non accompagnati, ovvero il 43% di tutti quelli presenti in Italia. Qui, la gran parte dei migranti sono ospitati nei Cas. Per assegnare i contratti pubblici di gestione l’ufficio territoriale del governo di Trapani ha, negli anni, quasi sempre fatto ricorso all’affidamento diretto e la somma dell’importo a base d’asta dei contratti per la gestione della procedura di affidamento diretto stanziata nel 2017 è stata pari a 7,11 milioni di euro.

Completamente diverso il caso di Torino, dove si può notare come il ricorso a diverse procedure sia cambiato nel corso degli anni. Un elemento di continuità però è il ricorso alle procedure negoziate e in particolare della procedura negoziata senza previa pubblicazione del bando. Anche se questo tipo di procedure non costituiscono la prassi più consona a un meccanismo trasparente e concorrenziale, bisogna riconoscere che sono comunque preferibili agli affidamenti diretti, visto che richiedono la convocazione di più operatori per la negoziazione dell’appalto, invece che assegnarlo in maniera diretta. Dal 2015 poi la prefettura ha gradualmente iniziato a utilizzare procedure aperte e accordi quadro, aumentando così il livello di trasparenza e competitività.

Questo territorio ospita anche un Cpr, un centro di permanenza e rimpatrio con una capienza teorica di 180 posti, e circa 880 persone nel sistema Sprar. Tendenzialmente, nella provincia di Torino si trovano centri piccoli: 295 hanno meno di 10 ospiti, 65 tra 10 e 20 ospiti. Quattro centri in particolare ospitano più di 100 persone, il più grande dei quali accoglie 220 migranti. La prefettura di Torino ha assegnato la gran parte dei posti in accoglienza a operatori non-profit, ma tra i gestori figurano anche operatori profit che operano su 229 posti e consorzi tra enti locali.


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