Il governo sta pensando a una pace fiscale per recuperare l’Ici non pagato dalla Chiesa


Dopo la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea che ha decretato il dovere dello Stato italiano di recuperare l’Ici non versata dalla Chiesa, il governo Conte ha confermato di voler aprire il dossier e trovare una soluzione al problema sollevato. Il modo per mettere un punto alla questione il più in fretta possibile sembra essere uno: che lo Stato chieda e ottenga un miliardo di euro. Così, si raccoglierebbe almeno un quinto dell’importo calcolato dal Tesoro e mai retribuito: cinque miliardi. Praticamente, una sorta di pace fiscale.

Come ha spiegato il vice ministro dell’Economia Massimo Garavaglia, “a questo punto è un atto dovuto: il problema si trascina da anni e la sentenza della Corte ci impone di trovare un accordo con il Vaticano che ancora non stiamo negoziando. Ma va fatto e ci sarà“. Anche per non creare ulteriori scontri con gli organi dell’Unione europea, vista la posizione delicata in cui si trova già l’Italia dopo la presentazione della lettera sulla legge di Bilancio. Quindi, dopo aver già consultato Palazzo Chigi e il ministro dell’Economia Giovanni Tria, Garavaglia assicura che ci saranno delle misure per recuperare le tasse non pagate dalla Chiesa.

I metodi con cui avverrà il recupero non sono ancora chiari né ufficiali, ma da alcune fonti, citate dal Messaggero, si apprende che l’operazione dovrebbe prevedere la rinuncia a sanzioni e interessi e l’applicazione di una aliquota fissata intorno al 20% del capitale, ovvero 4,8 miliardi di euro. Un atto concordatario. Se questa dovesse essere la soluzione, troverebbe l’appoggio della Lega che infatti l’ha giudicata positivamente, definendola di “buon senso“. Il problema alla base è la difficoltà con la quale si possa distinguere quali immobili, considerando i sette anni passati, siano passibili di imposizioni e quali non. Con questa premessa e tenendo conto che si tratta di un complesso di 120 mila strutture appartenenti alla Chiesa, è evidente che sarebbe molto complesso riuscire a fare una vera distinzione in tempi contenuti.

La proposta non trova l’approvazione del Movimento 5 Stelle, che dalle sue fila ha consigliato, tramite la tecnica del credito in compensazione, di trattenere le quote di 8×1000 destinate alla Chiesa cattolica, così da raccogliere circa un miliardo di euro all’anno. Questo, finché non si giunge alla piena estinzione del debito dovuto. La misura però potrebbe creare dei conflitti silenti con la Chiesa, cosa che Palazzo Chigi vorrebbe evitare, anche perché dal Vaticano sembra che stiano arrivando segnali positivi nel dialogo per trovare una soluzione.

Mentre si attende che la Commissione europea accolga la sentenza della Corte di giustizia e formalizzi la richiesta di aprire una discussione, alcuni comuni si stanno già muovendo. Un caso è quello del Comune di Roma, che sta effettuando una ricognizione sugli immobili che riguarda sia il pagamento dell’Imu sia quello pregresso della vecchia Ici. Per condurre il censimento sono stati interpellati anche i titolari dei beni soggetti al pagamento dei tributi. Sicuramente un compito non semplice, che prevede anche la distinzione delle attività commerciali da quelle finalizzate all’esercizio di culto. E le difficoltà non si esauriscono qui: un altro problema è quello della possibile prescrizione. Al tempo della contestazione notificata, non era un obbligo della Chiesa conservare la documentazione fiscale relativa all’utilizzo degli edifici. In più, i sindaci hanno teoricamente cinque anni di tempo per reclamare l’Ici non versata, anni che sono già stati superati visto che la contestazione risale al periodo 2006-2011.


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