Il prezzo da pagare per la brutta copia del reddito di cittadinanza


Prima di affrontare una questione tanto complessa e divisiva, due considerazioni preliminari. La prima è sulle valutazioni di carattere politico del governo Conte, che appaiono in perfetta continuità con i meccanismi istituzionali / di rappresentanza di questi ultimi anni (e non solo). Contrariamente a quanto si sente ripetere fin troppo spesso, infatti, non esiste (e non potrebbe essere altrimenti) un mandato popolare diretto al governo Conte, questa maggioranza non ha affatto “vinto le elezioni” e il programma dell’esecutivo è il frutto di un accordo politico tra due partiti che si sono presentati su fronti opposti alle ultime elezioni. Le scelte della maggioranza, insomma, non solo rispondono a valutazioni legittime, ma rappresentano il collante di un accordo che è tutto politico. La seconda considerazione preliminare è sulla necessità e urgenza di un provvedimento di sostegno al reddito, testimoniata dai dati, dalla faticosa e complessa uscita dalla crisi, dagli scenari futuri (automazione, riconfigurazione del mercato del lavoro ecc.) e soprattutto dall’acuirsi delle disuguaglianze nella società italiana. Il reddito di cittadinanza, sostanzialmente, rappresenta non solo un punto irrinunciabile della mission del M5s, ma dello stesso governo, perché l’accordo parlamentare con la Lega nasce per portare a casa questo tipo di misure, non per tirare a campare per cinque anni.

Detto ciò, la valutazione sulla proposta del Movimento 5 Stelle in tema di sostegno al reddito, denominata reddito di cittadinanza (nonostante la misura non sia un reddito di cittadinanza, ma una via di mezzo fra l’assegno di disoccupazione e il reddito minimo garantito), deve tener conto del prezzo pagato dal sistema Italia, non solo in termini strettamente economici. Il problema è questo reddito di cittadinanza, questa proposta, queste coperture e queste scelte, che rischiano di avere profonde ripercussioni. Non solo per la filosofia alla base di questo provvedimento, che rischia di creare delle vere e proprie gabbie economico – sociali per i cittadini, impedendo un reale affrancamento dalla condizione di povertà e replicando solo gli errori del contestatissimo modello tedesco. Non solo per la farraginosità e complessità dei meccanismi di erogazione del reddito, che rischiano di creare ingiustizie e favorire evasori e lavoratori in nero. Non solo per la ristrettezza delle risorse (perché non limitarsi a implementare il REI, evitando anche di buttarsi in una complessa ristrutturazione dei centri per l’impiego?) o per la gestione delle offerte di lavoro, che potrebbero anche determinare un crollo dei salari. Ma per ragioni legate alle contingenze e allo scenario nel breve e medio periodo.

Come noto, la Commissione UE ha bocciato la bozza della legge di bilancio predisposta dal governo Conte, chiedendo un nuovo documento per le prossime settimane. La stroncatura UE era ampiamente attesa e si aggiunge a quella dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio sulla Nota di Aggiornamento al DEF, oltre che alle critiche della quasi totalità degli analisti economici indipendenti. Sotto accusa non è solo l’aumento al 2,4% del rapporto deficit / PIL, ma anche, forse soprattutto, le scelte del governo sulla destinazione delle risorse liberate dallo scostamento rispetto agli impegni presi. È l’impianto stesso della manovra che è stato bocciato da Bruxelles e che, secondo gli analisti, sta determinando la crescita dello spread e degli interessi sui titoli di Stato e potrebbe portare a un ulteriore abbassamento del rating del nostro Paese, col rischio della perdita dell’accesso ai mercati e di conseguenze devastanti per l’intero sistema economico. Come vi abbiamo raccontato, la linea di Salvini e Di Maio è netta: le scelte politiche del governo non possono essere messe in discussione dalle oscillazioni del mercato o dalla salita dello spread, men che meno sono accettabili le imposizioni dei tecnocrati di Bruxelles, soprattutto se alla vigilia di una consultazione elettorale destinata a cambiare gli equilibri politici della UE.

Il problema è che, comunque vada, la scelta di finanziare il reddito di cittadinanza e la revisione della legge Fornero in deficit avrà delle conseguenze. E una riflessione sul tema ancora stenta a decollare, stretta fra propaganda e contro-propaganda. Sarebbe opportuno, ad esempio, chiedersi che fine abbiano fatto le coperture sbandierate ai 4 venti in campagna elettorale e nella scorsa legislatura dal Movimento 5 Stelle. Quelle coperture, “certificate dalla Ragioneria Generale dello Stato” (cit.), che avrebbero dovuto garantire 17 miliardi da impiegare per il reddito di cittadinanza, sono scomparse nel nulla, sostituite dalla leva del deficit. Che, se evita a 5 Stelle e Lega di sporcarsi le mani con tagli oppure aumenti di entrate, rappresenta un ulteriore e gravoso fardello sulle spalle del sistema Italia. Che prima o poi qualcuno dovrà ripagare.

Questa manovra, come detto, apre un fronte molto pericoloso con le istituzioni europee, perché il giudizio della Commissione, così come una eventuale procedura di infrazione, non può essere ridotto a mero scontro politico fra “sovranisti che fanno gli interessi del popolo italiano” e “tecnocrati non votati da nessuno che vogliono l’austerità”. È un giudizio che determina, che avrà delle conseguenze.

Ma il prezzo delle scelte è anche nelle “clausole di salvaguardia sulla spesa”, che il governo intende far scattare nel caso in cui la crescita economica non fosse quella prevista nella Nadef. “Se la scommessa sulla crescita verrà persa o solo parzialmente vinta, i programmi conterranno una clausola che prevede la revisione della spesa in modo che l’obiettivo di deficit per i prossimi anni non sia superato rispetto al limite posto”, spiegava Tria qualche settimana fa, lasciando intendere che nei prossimi anni potrebbero scattare robusti tagli alla spesa pubblica per contenere l’esplosione del rapporto deficit / Pil nel caso di crescita bassa. Una risposta singolare, soprattutto se letta secondo la “filosofia della manovra”: ovvero, se il governo dice che è necessaria più spesa pubblica per sostenere l’economia, come si può pensare di tagliarla proprio nel caso in cui l’economia non cresca?

Il reddito di cittadinanza ha anche un prezzo politico, non di secondaria rilevanza. Di Maio ha spiegato più volte come si tratti di una misura fondamentale, che il Movimento 5 Stelle intende portare a casa costi quel che costi. Nei fatti, ciò significa consegnare alla Lega praterie enormi, margini di manovra amplissimi, che Salvini sta utilizzando per imporre provvedimenti e scelte. Il ministro dell’Interno, che già considera la collegialità delle scelte del Consiglio dei ministri poco altro che una locuzione senza significato, ha oggettivamente portato a casa poco dalla divisione della torta della legge di bilancio (la, peraltro rischiosissima, modifica della Fornero è una misura in comune coi 5 Stelle, per la flat tax ci sono pochi spiccioli e la pace fiscale è poco più di una rottamazione ter). Ma gli ultimi giorni hanno reso chiaro qual è il suo progetto e cosa intende mettere sull’altro piatto della bilancia. Il decreto immigrazione e la legittima difesa, infatti, sono segnali inequivocabili dello scivolamento a destra della maggioranza di governo e di quale sia il modello di società verso cui si intende portare il paese nei prossimi anni. Proprio utilizzando la leva degli “equilibri da rispettare” all’interno della maggioranza, Salvini è in grado (e lo sarà sempre di più) di imporre provvedimenti e misure che sono la trasposizione in legge dei cavalli di battaglia della nuova destra italiana. Dal pugno di ferro coi migranti alla legittima difesa, passando per la nuova war on drugs del ministro Fontana alla proposta Pillon in materia di affido condiviso, la Lega sta disegnando un’Italia meno aperta, meno inclusiva, una società securizzata in cui trovano spazio teorie e pratiche reazionarie. È uno scambio pericoloso: una misura molto depotenziata di welfare in cambio del via libera alla trasformazione dell’Italia nel laboratorio politico della nuova destra europea.


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