“Io da Serie B? Non mi offendo, valgo di più”


Matteo Ardemagni, 32 anni. Lapresse

Matteo Ardemagni, 32 anni. Lapresse

Matteo Ardemagni è cresciuto nel Milan, ha giocato pochi minuti in Serie A (non col Milan) e segnato oltre 100 gol in B. Scollinati i 30, oggi è il centravanti dell’Ascoli. Il classico giocatore di categoria.

Le dà fastidio l’etichetta?


“Un po’, so di valere di più. Non sono uno che dà la colpa agli altri o si piange addosso, ma devo dire che non ho mai avuto la possibilità di confrontarmi con il calcio che conta. Il Chievo mi aveva preso per fare la quarta punta, ero chiuso da Thereau, Pellissier e Paloschi. Così a gennaio ho deciso di cambiare squadra e andare a Carpi. E forse questo è stato un errore”.

Perché?

“Avrei dovuto aspettare, ma sono fatto così, non ho pazienza o voglia di stare in panchina sperando che arrivi il mio momento. Sono un istintivo, devo essere al centro dell’attenzione”.

Con il Milan è stato un amore difficile.

“Ho fatto tutte le giovanili fino alla Primavera, poi la tournée in America con la prima squadra. Ho giocato in Coppa Italia (contro il Brescia, ndr), mai in campionato. Purtroppo”.

Rimpianti?

“No, è stata un’esperienza bellissima. Dormivo lì, mangiavo lì, mi sono confrontato con campioni come Sheva, Kakà e Inzaghi, che anche oggi è il mio modello. Mi suggeriva i movimenti da fare, parlava molto, la sua fame mi è rimasta dentro. Sapeva segnare in qualsiasi modo, l’ho sempre ammirato per questo. Volevo diventare po’ come lui, anch’io faccio il lavoro sporco là davanti”.

Com’è cambiato da allora “Pippo” Ardemagni?

“A 18 anni lavoravo più col fisico, ora con la furbizia”.

Come gestisce i momenti di crisi?

“Non si possono fare tutti gli anni 22 o 23 gol. E se non segni, senti il peso: più cerchi il gol e meno lo trovi. Bisogna stare tranquilli”.

I VIDEO DI GAZZETTA TV

Il suo gol memorabile?

“Forse quello al Lecce ai tempi del Cittadella: un destro al volo che sorprese anche me. Ma non sono abituato a fare cose da fenomeno. Sono come Pippo, penso a buttarla dentro”.

Contro lo Spezia in dicembre dopo 46 secondi ha segnato il centesimo gol in B.

“Una soddisfazione enorme in una stagione poco felice”.

Gli infortuni?

“Esatto, ne ho avuto due piuttosto seri che mi hanno tenuto fuori alcuni mesi: frattura di radio e ulna e strappo al quadricipite. Peccato, perché questa poteva essere la stagione giusta per superare ancora i 20 gol”.

L’anno migliore col Cittadella?

“Sì, con quello di Modena quando sono arrivato a 23. Mi ricorderò sempre cosa diceva lo speaker dello stadio: non è certo un fatto strano che segni il bomber di Milano. Aveva una rima per ogni giocatore”.

Perché a Cittadella nascono bravi attaccanti?

“È un mondo a parte, poche pressioni mentalità vincente, lavori serenamente”.

E poi c’era Foscarini, un grande psicologo.

“Uh, quanto ci stressava con la sua programmazione neurolinguistica! Scherzo, ovviamente. È uno che parla molto e con tutti, ma a me non serviva. Sono il miglior motivatore di me stesso”.

È stato il primo colpo della nuova gestione di Percassi. Non le viene il dubbio di essere arrivato all’Atalanta nel momento sbagliato?

“In effetti era un momento particolare, eravamo in B. Sono partito male, sbagliando un rigore col Vicenza. L’anno prima avevo fatto 22 gol col Cittadella, c’erano grandi aspettative su di me. A gennaio, come mia abitudine, sono andato via, a Padova”.

Tra le tante, ha giocato in 3 squadre poi fallite: Triestina, Modena, Avellino. Come si vivono quei momenti?

“Mi ha colpito soprattutto quello che è successo ad Avellino, vedevo gente piangere in strada, tutto è precipitato da un giorno all’altro. Non era facile stare tranquilli, riuscire ad allenarsi con questo pensiero in testa”.

Ad Avellino ha ritrovato in panchina due vecchie conoscenze.

“Novellino, il solito martello. E Foscarini, sempre uguale. La stessa macchina di 10 anni prima, la stessa passione per gli studi di psicologia”.

Cosa le piace di Vivarini?

“Cura molto l’aspetto fisico e ha un’idea di calcio offensiva, chiede di aggredire alto. Perfetto per un attaccante”.

L’Ascoli manca dalla A da 12 anni

“Troppo, la piazza è appassionata, sembra di stare al Sud. C’è tutto per far bene, abbiamo una piccola speranza per i playoff, altrimenti ci riproviamo. Ho altri due anni di contratto e spero di essere più fortunato. Poteva essere la stagione giusta: 6 gol in 13 partite, non male”.

 Guglielmo Longhi 

© riproduzione riservata


Link ufficiale: gazzetta.it