Juventus, Allegri e il pollice su o giù. Tra social e memoria corta


Massimiliano Allegri. Afp

Massimiliano Allegri. Afp

Dopo aver visto in televisione il Mondiale di calcio per la prima volta dal 1958, i tifosi, mi verrebbe da dire come si usava un tempo “gli appassionati” di calcio, seguiranno anche quest’anno la fase finale dei tornei europei lustrando gli occhiali e alzando il volume, null’altro. Neanche il privilegio, a chi piace, di tifare contro. Fuori da tutto. Forse con massimo gaudio dei “tifosi” e con il disappunto degli “appassionati”. Da 9 anni non vinciamo una Champions League e da 20 una Europa League, da 15 un Europeo Under 21, da 51 un Europeo. Eppure tutto prosegue come sempre. La Lega litiga su tutto, la Federazione si dibatte nei suoi miasmi elettorali, la politica cerca modi per condizionare elettoralmente lo sport, a cominciare dal calcio, invece di farlo crescere.

POLLICE SU O GIù
Ma ora c’è un altro nemico dal quale guardarsi: la rissosità emotiva dei social e la inutile trasformazione di quelle minoranze biliose nel “sentimento dell’opinione pubblica”. Anche ai media più autorevoli bastano cento o, peggio, mille tweet per fare il titolo “la rete esplode”. Mille, o anche diecimila, in un paese di 60 milioni di abitanti. Ma il rilancio di quel fiele lo fa entrare in circolo, crea una zona di emotività assurda che spinge, chi deve, a decisioni prive di lucidità e di prospettiva. È successo, in questi giorni, dopo l’eliminazione della Juve. Il popolo del pollice su e pollice giù – cascami dei bruti che al Colosseo pensavano di decidere la morte di un povero gladiatore, che invece era poi affidata all’unico dito che contava, quello dell’imperatore – si è lanciato nella propria giustizia sommaria. Ecco così che improvvisamente Allegri è diventato un incapace e la Juve ha sbagliato tutto. Probabilmente, nel giorno in cui questo articolo uscirà o comunque la domenica dopo, la squadra bianconera conquisterà il suo ottavo scudetto consecutivo. Ci si rende conto di queste parole? Non hanno precedenti nella storia del calcio italiano. Otto scudetti, 4 volte la Coppa Italia e 4 la Supercoppa. Sto parlando del ciclo della presidenza di Andrea Agnelli. La Juve, prima di lui, navigava al 7° posto, aveva conosciuto l’onta della B. Lo squadrone di Sivori e Charles vinceva al massimo la Coppa delle Alpi.


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COSA MANCA
La Juventus è una delle cinque squadre più importanti d’Europa, un giocatore come Ronaldo decide di vestire quella maglia… Ma ora l’allenatore, che era un genio dopo la mossa “Can” nella partita con l’Atletico, è diventato il nemico di una parte del mondo social. Siamo chiari: Conte e lui hanno fatto vincere alla Juventus otto campionati, talvolta dominandoli. È la solita sindrome nazionale di salire sul carro del vincitore di turno e di lapidare lo sconfitto di turno. Fino alla follia di pseudotifosi che annunciano di non voler festeggiare la meraviglia dell’ottavo scudetto della loro squadra. La Juventus è un progetto solido. Che ha bisogno, secondo il mio parere, di tre implementazioni. La prima è il potenziamento del centrocampo. Un tempo era Pogba, Pirlo, Vidal, Marchisio. Non vinse neanche quella squadra, ma ci arrivò molto vicino, lo spazio di un fischio non fatto nella finale. Ci vogliono top player in quella zona di campo, dove la squadra più ha sofferto. La seconda è un grande lavoro sui settori giovanili. A parte Kean, che deve giocare con continuità, la Juve non è, nei vivai, all’altezza di Barcellona o Ajax. Terzo: gli infortuni, 35 contro i 13 del Liverpool e i 14 dell’Ajax. Segno di problemi di preparazione e di giocatori con usura dei muscoli, specie in difesa. Oggi, o tra qualche giorno, si celebra una delle pagine più importanti della storia del calcio italiano. Sia di stimolo per migliorarne la qualità complessiva. E, per la Juve, ragione in più per puntare, seguendo e potenziando il suo progetto, ad andare a Istanbul, tra un anno.

 Walter Veltroni 

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