la colpa è della crisi economica del 2008


Se il 95% degli italiani pensa che per fare successo si debbano solo conoscere le persone giuste, vuol dire che in Italia la crisi non è solo economica, ma anche sociale. In alternativa, se la rete di amicizie non è la più vantaggiosa, allora bisogna crescere in una famiglia agiata, dice l’88% degli intervistati oppure semplicemente, avere fortuna. Insomma, quello che emerge dall’analisi condotta dal Censis in collaborazione con Conad nella ricerca “Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo” è che la crisi del 2008 ha lasciato (e sta lasciando) in eredità all’Italia un futuro senza aspettative, caratterizzato da disuguaglianze sociali, rancore, repressione. Lo scenario che descrivono i cittadini è quello di una società frustrata e disincantata che ha rinunciato a consumare, così come a investire, anche sul capitale umano. Il disagio quindi è presente e reale: secondo 7 italiani su 10, si stava meglio prima. Prima della crisi economica, prima di perdere le speranze sul futuro. Eppure, la liquidità degli italiani tra il 2015 e il 2017 è cresciuta di 110 miliardi, arrivando a un totale di 911 miliardi di euro, pari al valore di un’economia che, nella graduatoria del Pil dei Paesi europei post-Brexit, si collocherebbe dopo Germania, Francia e Spagna. Anche gli investimenti sul Pil sono scesi al 17,2%, allontanato di 3,9 punti l’Italia dalla media europea che è pari al 21,1%, dalla Francia (23,5%), dalla Germania (20,1%) e anche dalla Spagna (21,1%).

Forse è colpa della diminuzione continua dei redditi che porta le giovani famiglie, quelle composte da persone con meno di 35 anni, ad avere un reddito più basso rispetto alla media della popolazione pari al 15%, e addirittura sembrano possedere il 41% in meno di ricchezza. Forse invece è la bassa natalità, che dal 1951 a oggi ha portato a registrare 5,7 milioni di giovani in meno. Forse è il fatto che “ogni sfida è percepita come una minaccia, mai come una opportunità” come dice il Direttore generale del Censis Massimiliano Valerii. Forse sono tutte queste cose insieme. E il tutto sfocia in malumore, paure, fastidio nei confronti degli altri, soprattutto se diversi. Infatti, è stato registrato dalla ricerca che sette italiani su dieci sono in disaccordo con il matrimonio che unisce due persone di cui una di almeno vent’anni più grande; oppure sono contrari all’unioni tra persone dello stesso sesso. Ancora, sempre il 70% dei coinvolti nella raccolta dati non vede di buon occhio le unioni tra persone di differente religione, a maggior ragione se islamica. Diminuisce al 40% la parte di coloro che in generale non condividono il matrimonio con gli immigrati, facendo un particolare riferimento ad africani e asiatici.

Gli italiani quindi stanno prendendo una direzione completamente opposta all’Italia caratterizzata da sogni e desideri, dalla ricostruzione e dal miracolo economico che era un tempo: “Una volta erano tv, cinema e carta stampata a diffondere miti positivi, obiettivi da raggiungere e riti collettivi, mentre oggi domina l’autoreferenzialità di internet e dei social network. Vincono immaginari personalizzati e reversibili, uniti da risentimento e paura” spiega Valerii. Continua poi l’Amministratore delegato di Conad Francesco Pugliese, “Abbiamo sviluppato questo progetto con il Censis perché siamo interessati ad approfondire la relazione che si instaura tra le persone, tra loro e le comunità di cui sono parte integrante, e che inevitabilmente hanno un impatto sui consumi. Serve con urgenza un pensiero di comunità e questo è ciò che ogni cittadino si attende dalla politica e dalle istituzioni“.


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