La Roma sparita, Di Francesco in bilico. Anatomia di una crisi


Eusebio Di Francesco, 49 anni. Ansa

Eusebio Di Francesco, 49 anni. Ansa

Il 2 maggio 2018 la Roma rifilava 4 gol al Liverpool all’Olimpico sfiorando un’altra epica rimonta dopo quella col Barcellona e la finale di Champions League. La squadra veniva salutata sotto la Curva Sud con una standing ovation da brividi. Appena 4 mesi e 9 partite ufficiali dopo – tre dello scorso campionato – quella squadra totalmente evaporata. E la prestazione imbarazzante ieri a Bologna stata chiosata dai tifosi col coro “andate a lavorare”. Fioccano le domande: possono bastare le pur pesanti cessioni di Alisson, Nainggolan e Strootman per giustificare il nulla attuale e l’assoluta mancanza di gioco, anima, cuore, grinta, carattere e identit? Pu una squadra protagonista in Europa diventare in cos breve tempo un gruppo sconclusionato, senza capo n coda n nozioni tattiche, come quello che ha subito ieri il gol del 2-0 in maniera improponibile? Possono le scelte discutibili del tecnico e il continuo cambio di modulo essere la causa principale della crisi? La societ da parte sua ha risposto a queste domande mandando la squadra in ritiro a Trigoria fino alla gara di mercoled col Frosinone: dito puntato sui giocatori prima che sull’allenatore, responsabile certo, ma meno di un gruppo svuotato, spento e sgonfio, bench pieno di nazionali.

Fuori dalla corsa scudetto gi alla quinta giornata e presa a pallonate dal Real Madrid in Coppa, la Roma scomparsa. La “piazza” tra rabbia e incredulit ribolle, sul banco degli imputati finiscono tutti: la societ da Pallotta a Monchi per la filosofia gestionale e il mercato; il tecnico per l’incapacit di dare motivazioni e gioco; tutta la squadra, dai big irriconoscibili e depressi ai nuovi che faticano a inserirsi, fino ai giovani talenti che non sbocciano. A fine mercato (prima della cessione Strootman pesante per il gruppo pi dal punto di vista psicologico che tecnico-tattico) la Roma veniva presentata come un progetto intrigante. Una squadra-spider, leggera, talentuosa, ambiziosa, adatta al 4-3-3 di Di Francesco, meno forte in alcuni singoli rispetto al passato, ma con pi soluzioni. E anche alcune scommesse (Pastore mezzala) sembravano affascinanti. Non ha funzionato niente e a fine settembre, nonostante un calendario favorevole, siamo gi ai processi e al “dentro o fuori”. Le prossime tre partite in 9 giorni (Frosinone, Lazio e Plzen), decideranno il futuro di Di Francesco, che dovr essere gi bravo ad arrivare alla gara di Champions, perch una sconfitta nel derby potrebbe essergli fatale. Spuntano i nomi delle possibili alternative: Sousa, Blanc, Montella, ma non entusiasmano viste le ultime esperienze. L’unico che metterebbe d’accordo tutti Conte, le cui ambizioni per cozzano con la politica della Roma di cedere e comprare e non di aggiungere pezzi per costruire un mosaico vincente.


Dopo la brutta sconfitta con il Real, auspicavamo per la Roma un patto tra uomini per porsi nuove sfide e ritrovare unit di intenti, stimoli e motivazioni. Indispensabili prima ancora dei moduli e della tattica. Perch se lo sguardo spento non torna feroce, non si va lontano. Patto che, vista la gara di Bologna, non scattato. L’analisi onesta a fine gara fa onore a Di Francesco e allo stesso tempo lo condanna. Ammette di “diventare matto” al pensiero di aver lavorato tutta l’estate su concetti che non vede applicati, aggiunge che cambier ma non sa come e infine accusa i giocatori perch “non perdere i contrasti non si insegna, devi averlo dentro”. Sembrano titoli di coda. La Roma a un bivio: o si riparte subito o si cambia. Non c’ altra scelta. La stagione non aspetta.

 Andrea Di Caro 

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