La sclerosi multipla mi ha sorpresa a 35 anni. Ma ho scelto di vivere attivamente. Continuo a lavorare per seminare speranze nei cuori dei giovani che mi vengono via via affidati


 

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Fino ad allora avevo avuto tutto dalla vita: bellezza, intelligenza, una bella famiglia, amici. Avevo sposato l’uomo che amavo, avevo due bellissime bambine, ero diventata un’insegnante, progetto di vita che avevo scelto e realizzato. Poi: «Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per una selva oscura,/ ché la diritta via era smarrita…». Avevo proprio trentacinque anni e un giorno la più piccola delle nostre figlie ci ha lasciato improvvisamente dopo una settimana di febbre e vomito, giudicata dal pediatra come «influenza». Invece era una meningite pneumococcica. Ma non finisce qui.

Dopo un mese, in cui avevo cominciato a non vederci bene da un occhio e dopo una risonanza magnetica al cervello, mi diagnosticarono la sclerosi multipla. Annichilita. Impotente di fronte ad un destino incomprensibile. È doloroso per me ricordare quei giorni in cui tutto mi è crollato addosso e ho avuto l’impressione che nella vita «un giorno hai tutto e il giorno dopo non hai più niente». E non sai perché.

A quel punto avevo due possibilità: sedermi ed aspettare l’arrivo dell’invalidità o vivere, più attivamente e intensamente possibile. Ho scelto la seconda. Il mio chiodo fisso era avere un altro figlio. Nessuno mi poteva ridare la mia bambina, ma io non volevo che la morte e la malattia avessero messo loro l’ultima parola nella mia vita. Ho iniziato a curarmi e ho consultato vari neurologi, quattro. Due mi dissero che potevo scordarmi una terza gravidanza, che il parto scatena una reazione autoimmune severa e imprevedibile.

Uno mi disse che per mettere al mondo figli bisogna avere la forza per curarli. Un altro mi disse che se volevo un altro figlio dovevo cercarlo subito e che non dovevo vivere in attesa di una risonanza magnetica. Così feci. Nove mesi dopo, una settimana prima della data presunta del parto, che era anche il mio compleanno, la mia piccola mi mandò il suo regalo: un maschietto sano e vivace. Che dire? Ho allattato finché ho potuto, finché la reazione autoimmune si è fatta sentire, ma con qualche flebo mi sono rimessa in piedi. Poi ho iniziato le mie cure croniche.

Niente sarà più come prima. Certo. Ma io ora sto bene – sono passati dodici anni- e la vita è ancora bellissima. Conduco un’esistenza normale, mi devo curare sempre, questo sì, risonanza ogni sei mesi, farmaci, prelievi, qualche volta flebo. Ma sto bene, non ho avuto esiti rilevanti, se non che ora cerco di godere al massimo di ciascun attimo. Ora considero la vita in famiglia e la vita quotidiana, con tutti i suoi piccoli e grandi problemi, meravigliosa. Il lavoro è per me un piacere e un privilegio, un’occasione per seminare speranze nei cuori dei giovani che via via mi vengono affidati. Non mi considero una persona sfortunata, anzi al contrario, la vita mi ha dato gioie immense e dolori altrettanto immensi, ma come dicevano gli antichi greci «πάθει μάθος», «dalla sofferenza l’insegnamento, la conoscenza».

S.B.

Questa testimonianza rientra nel Progetto «Malattia come opportunità» di Corriere Salute


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