Le 10 domande del Pd a Di Maio sul reddito di cittadinanza


Dieci domande. O, più che altro, dieci critiche, come afferma il suo stesso autore: il deputato del Partito Democratico Stefano Lepri. Rivolte al vicepresidente del Consiglio e leader del MoVimento 5 Stelle, Luigi Di Maio. Il tema delle domande è il reddito di cittadinanza, misura voluta fortemente dal M5s e che verrà introdotta insieme alla prossima legge di bilancio. Lepri, con un articolo pubblicato anche su Democratica, giornale dem, parla delle “dieci ragioni per cui la proposta del reddito di cittadinanza non ci convince”.

La prima domanda riguarda i centri per l’impiego: “Come fate a farli partire in pochi mesi? Bene se si vogliono potenziare, ma perché non contare anche sulle agenzie per il lavoro accreditate che già ci sono?”. Il secondo punto riguarda la povertà in tutti i suoi aspetti, “sociale, sanitario, educativo, lavorativo e relazione. Servono i servizi sociali dei comuni, la presa in carico devono farla loro, non i centri per l’impiego”. Altra domanda viene posta sui 780 euro al mese: “A persona o a famiglia?”, chiede Lepri spiegando cheti deve tenere conto dei carichi familiari.

Lepri si pone poi il problema del lavoro in nero: “Il beneficiario dovrà dire quanto ha guadagnato da vari lavoretti, magari in nero? E ogni mese il funzionario del centro per l’impiego dovrà fare le sottrazioni per calcolare il dovuto?”. Il deputato del Pd ha dubbi anche sulla possibilità di proporre tre offerte di lavoro congrue a ogni beneficiario: “Avremmo persone che riceverebbero per decenni il sussidio”. “Se abbattete il reddito a chi ha casa di proprietà – è la sesta questione – penalizzerete chi si è spaccato la schiena per comprarla e oggi è disoccupato e in povertà?”.

Altro punto riguarda i lavori socialmente utili che i beneficiari del reddito di cittadinanza dovranno svolgere, seguito dal numero di anni minimi di residenza richiesti (10): “Ditelo come i leghisti, sperate di combattere la povertà degli italiani, non di chi vive e soggiorna regolarmente in Italia”. Lepri critica anche la “platea troppo ampia” e una “questione di metodo: serve una norma ordinamentale per fare riforme così importanti, serve ascoltare chi su questi temi ci ha sempre lavorato o si è impegnato da volontario”.


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