L’Infinito di Leopardi è salvo, ma alla Biblioteca Nazionale di Napoli piove dal tetto


Una serie di lucernari che avrebbero avrebbero bisogno di manutenzione da anni hanno ceduto, i vetri si sono rotti e l’acqua è scesa sul secondo piano, rendendo inagibili alcune sale. Questo lo scenario da incubo di uno degli scrigni della cultura partenopea e non solo, quale è diventata la Biblioteca Nazionale di Napoli dalla settimana scorsa, dopo l’ondata di maltempo che ha imperversato su tutta la penisola e non ha risparmiato nemmeno la città di Napoli. Mai come in questo caso è possibile affermare che piove sulla cultura.

La Biblioteca Nazionale di Napoli è uno dei luoghi “sacri” della cultura italiana, sede di centinaia di frequentatori ogni giorno e custode di preziosi volumi, tra cui la parte più importante della documentazione autografa dei “Canti” di Giacomo Leopardi, tra cui “L’infinito”, “Il sabato del villaggio” e “A Silvia”. Le sudate carte originali, che alla morte di Giacomo Leopardi, nel 1837,  rimasero in possesso di Antonio Ranieri, amico napoletano del poeta, che le custodì e ne preservò l’integrità per oltre cinquant’anni. Fu Ranieri che ne dispose il passaggio per lascito testamentario alla Biblioteca Nazionale di Napoli, a cui le carte sarebbero pervenute, tuttavia, soltanto al termine di una lunga controversia giudiziaria nel 1907.

Oltre alla documentazione autografa della maggior parte dei “Canti”  “Operette morali”, il fondo conserva i manoscritti d’autore del “Saggio sopra gli errori popolari degli antichi”, del “Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica”, del “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani”, dei centoundici “Pensieri” e le 4526 pagine dello “Zibaldone”. Sia chiaro che i preziosi autografi adesso sono al sicuro, eppure non possono che destare una certa impressione le parole del direttore della Biblioteca partenopea Francesco Mercurio:

Siamo stati costretti a ricorrere ai secchi: in alcune sale pioveva ben oltre una semplice infiltrazione. Sono molto arrabbiato, siamo stati lasciati soli con una situazione trascurata da anni. So che sono stati stanziati fondi considerevoli ad hoc ma prima che si possano investire temo che passino almeno due o tre anni. Bisogna fare un progetto, poi bandire la gara e infine assegnare l’appalto. Procedure che qui richiedono un tempo non breve.

Una situazione ereditata dal passato, dunque, ma che tuttavia preoccupa per i suoi risvolti futuri. Cosa accadrà alla prossima ondata di maltempo? C’è da aspettarsi che opere originali del Sommo finiranno inzuppate con la prossima pioggia? Sembra grottesco anche solo ipotizzarlo, eppure a questo punto nulla è da escludersi. Anche perché, come ha evidenziato Mercurio nella sua dichiarazione, i tempi per mettere a gara gli interventi necessari sono molto più lunghi di quelli che una normale manutenzione richiederebbe. Non resta, dunque, che aspettare la prossima pioggia e sperare che le sudate carte del buon Giacomino superino anche quest’altro ostacolo.


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