Mancini: “Il calcio dev’essere gioia: per questo voglio i giovani” – La Gazzetta dello Sport


Il tecnico della Nazionale: “Dobbiamo essere esempi positivi. Il senso di appartenenza è importante”

Andrea Elefante

Roberto Mancini, subito la domanda difficile: oggi il calcio ha ancora un ruolo sociale di educazione dei giovani?

“Ce l’ha, anche se meno di un tempo, come dovrebbero averlo tutti gli sport. Il calcio di più: è il più praticato dai bambini, che vedono nei calciatori un esempio da imitare. Per questo dobbiamo sforzarci ancora di più di essere esempi positivi”.

Lei può dire di essere cresciuto meglio grazie al calcio?

“Sicuro. Anche perché il calcio per me era uguale a parrocchia, San Sebastiano a Jesi: la mia vita scorreva praticamente tutta lì, dove ho imparato l’importanza del socializzare e del rispettare le regole. Quelle del gioco sono le stesse della vita, in fondo”.

Il suo primo educatore, nel calcio?

“Beh, anzitutto mio padre, che con mia madre aveva già condiviso la responsabilità di mettere un freno ad un bambino, non un calciatore, un po’ ribelle. E poi il parroco, Don Roberto, con tutti quelli che lavoravano nell’Aurora Jesi. Se un sacerdote ha sempre una missione anzitutto spirituale, loro avevano come missione quella di mettere tutta la loro passione per coltivare la nostra: quella di giocare a pallone”.

La strigliata più grossa che ha mai ricevuto?

“Ma io da ragazzino facevo solo piccole cavolate – sfottò inutili, partite sul sagrato durante la messa – a parte quando andammo a rubare le ciliegie da un contadino. Ma lì non ci rimproverò nessuno: ci prese lui a calci nel sedere”.

Avere buoni educatori l’ha aiutata a diventarlo anche lei?

“Per tanti ragazzi credo di essere stato un buon aiuto: per la crescita calcistica, ma anche umana. Incontro ragazzi, alcuni magari non ricordavo neanche di averli allenati, che mi ringraziano. Vale quanto vedere un talento naturale che diventa pure un giocatore vero”.

E Balotelli la ringrazia? È esagerato dire che è il giocatore che ha aiutato di più?

“Forse no. Ma è così anche perché ha l’età di mio figlio Filippo: l’ho allenato che aveva 17 anni, ed era al culmine della sua necessità di crescere; e poi l’ho ritrovato al City, in uno dei momenti chiave del suo processo di maturazione”.

Ha rischiato di arrendersi, in questa sua «missione»?

“Mario sa che non basterebbe un libro per raccontare tutte le volte che ho dovuto prenderlo da parte per parlare, spiegare, rimproverare. La foto di quando al City lo prendo per il bavero in allenamento spiega tutto: nella mia faccia ci sono rabbia ma pure sconforto, era inconcepibile che non capisse che si trattava di rispettare le più normali regole di educazione e convivenza. Ma poi è così: l’affetto più grande lo provi sempre per quelli che ne hanno più bisogno. Per questo io e Mantovani, che mi ha avuto alla Samp da giovanissimo, ci volevamo così bene”.

Quella Samp: lo spot di quanto conta un gruppo nel calcio.

“E oggi purtroppo si fa meno gruppo di una volta: ci sono più distrazioni, allora ci si divertiva con meno. Per noi il giorno del raduno era sempre un’emozione nuova e il ritiro uno dei momenti più belli della stagione”.

Un problema, per lei c.t. della Nazionale?

“Ma io non posso lamentarmi di come sta nascendo il mio gruppo: tutti bravi ragazzi che stanno bene insieme, forse anche perché molti sono giovani”.

E lei cerca di educarli a cosa?

“Ad un calcio che sia divertente, per loro e per chi li guarda. E al senso di appartenenza: rappresentiamo un popolo meraviglioso, che vorrei si potesse identificare anche nell’Italia del calcio. Una Nazionale di gente per bene, che prova a giocare bene”.

Ma il calcio oggi è ancora gioia, divertimento?

“Deve esserlo, deve continuare a suscitare qualcosa, deve restare un’emozione. Io, da c.t., lavoro per far ritrovare quella passione. E’ anche per questo che punto tanto sui giovani, che sono e devono essere la nostra arma in più: per il mondo che sarà, e anche per il mondo del calcio”.


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