Mio marito Veronesi, eterno Don Giovanni. Le sue ultime parole prima di morire non mi abbandonano


“Ecco, guardi qua. Io nelle foto non ci sono mai. Umberto preferiva farsi riprendere solo con i suoi sette figli, come se li avesse fatti da solo”. Comincia così l’intervista che Sultana Razon, moglie di Umberto Veronesi, ha concesso a La Repubblica. Dalle parole della donna, sopravvissuta al campo di concentramento di Bergen-Belsen si capisce che non deve essere stata semplice la vita sempre al fianco del famoso oncologo, ex ministro della Sanità.

Un rapporto tormentato. Anche a causa della “passione totalizzante per il suo lavoro”, racconta la donna, e sicuramente un po’ per il suo amore per le donne che lo portavano ad avere tante scappatelle. Umberto è sempre stato inafferrabile. Fin dal principio della nostra storia. “Era un irrefrenabile Don Giovanni e la gelosia ha infelicitato la mia esistenza. Lui mi ha sempre rassicurato dicendomi che erano solo scappatelle. Ma non è sempre stato così”.

Susy ne rese conto in maniera chiara quando

“una mattina dell’89, mentre andavamo nella nostra casa al lago, mi disse con tono serio che da quattro anni aveva un figlio con un’altra donna. Mi sentii gelare e lo guardai sbalordita, Pensavo di aver capito male e glielo feci ripetere due volte. A quel punto credetti di morire. Tornati a casa, lo invitai ad andarsene, ma lui mi chiese di restare. Diceva che voleva finire la sua vita con me. E io glielo permisi: i figli avevano ancora bisogno del padre”

Ma nonostante gli aspetti negativi, Sultana non ha dubbi: “Era l’uomo più intelligente, affascinante e inquietante che io abbia mai conosciuto”. La moglie di Umberto Veronesi non lo aiutò a morire (“anche se me lo aveva chiesto. Anche se stava male continuavo ad ascoltarlo come un oracolo”), ma raccolse le sue ultime parole:”Ero china su di lui quando mi sorprese con un soffio di voce: “Susy, sei così bella”. Quelle sue ultime parole non mi abbandonano. In fondo tutto il resto non conta”.


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