Nel clero pedofili e gay. E le donne per la Chiesa non esistono


Una Chiesa dove le donne praticamente non esistono, dove c’è una netta presenza di omosessuali che spesso diventano preti per “paura di confrontarsi con le donne”. E una Chiesa dove non mancano i pedofili. Di questo e di molto altro ha parlato in un’intervista al Corriere della Sera Lucetta Scaraffia, scrittrice e opinionista dell’Osservatore Romano e direttore del suo mensile Donne Chiesa Mondo. Nell’intervista Scaraffia mette a nudo la Chiesa di oggi, con i suoi scandali e la sua arretratezza rispetto all’emancipazione femminile. Passato da atea e presente da femminista al lavoro per papa Francesco, Lucetta Scaraffia è una convinta oppositrice di matrimoni gay (ma è favorevole alle unioni civili), ed eutanasia. Denunciando pedofilia e misoginia nella Chiesa la scrittrice ha spiegato che tra le mura vaticane le donne “non sono viste, non esistono”, che ci sono suore ridotte a fare le colf dei preti, e che al Sinodo lei è stata relegata nell’ultimo banco.

“La Chiesa non ha mai affrontato la rivoluzione sessuale” – Ha parlato di una Chiesa “soffocata dalla teologia, che le impedisce di conoscere la vita. Come può parlare del corpo se ignora l’altra metà del genere umano?”, si chiede. E alla domanda se nel clero “allignano molti pedofili” ha risposto in maniera affermativa: “La Chiesa non ha mai affrontato la rivoluzione sessuale infiltratasi al suo interno. Tanti preti si sono convinti che la castità si una repressione apportatrice di nevrosi, per guarire le quali tutto è ammesso”. Secondo lei se oggi le denunce di molestie sessuali di preti e prelati sono arrivate sui media è perché “per vie intermedie non si riesce a stroncare il fenomeno”. La scrittrice ha risposto anche a una domanda sulle accuse dell’ex nunzio apostolico Carlo Maria Viganò a papa Francesco (secondo Viganò il Pontefice avrebbe coperto gli abusi sessuali compiuti dal cardinale Theodore McCarrick): “Provo un dolore profondo di fronte a simili vicende e mi chiedo perché monsignor Viganò si sia rivolto alla stampa soltanto dopo cinque anni”.


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