Perché il contratto di governo è chiamato contratto anche se non è un contratto


Devo premettere un imbarazzo: io sono stato allievo del professor Giuseppe Conte (è anche stato il mio relatore alla Scuola di Specializzazione). Quindi sentirlo parlare, in veste di Presidente del Consiglio, di “contratto di governo”, è per me particolarmente disorientante. Siete voi qui, Ser Brunetto?

Per dirlo nella maniera più concisa, il contratto costituisce, regola o estingue un rapporto giuridico a contenuto patrimoniale fra due o più parti. In questo caso non solo l’accordo non riguarda diritti patrimoniali, ma in effetti non costituisce nemmeno un rapporto giuridico fra Movimento 5 Stelle e Lega: un accordo politico non è un rapporto giuridico. Nessuno può farlo valere in tribunale, non “ha forza di legge fra le parti”, non regola un comportamento di cui qualcuno possa essere ritenuto responsabile su un piano diverso da quello politico (in cui l’unica sanzione eventuale può essere irrogata dal corpo elettorale con la non rielezione). Dichiarazioni come quella del CODACONS con cui già si ventilano class action contro i due partiti nel caso in cui non rispettino i punti del contratto sono ingenuità. Non è un contratto.

In effetti non solo non è un contratto, ma non è nemmeno un negozio giuridico, né è un atto giuridico. Si tratta di un oggetto totalmente estraneo alla sfera del diritto, come se io e te prendessimo l’impegno, davanti al notaio, di immaginare solo draghi che parlano in falsetto. Nel caso del contratto di governo l’estraneità al diritto si svolge tutta nella sfera politica, e questo è pacifico. Non ci si può fare causa per un voto in parlamento. Ma allora perché scegliere un nome così preciso?

Come ricorda la Treccani l’evocazione giornalistica del “contratto di governo” non è una novità, per quanto non pare abbia mai avuto la risonanza di oggi: si è inteso come un accordo programmatico vincolante per la formazione di un governo espresso da forze politiche eterogenee. Stavolta però la scelta del termine emerge in opposizione palese ai sinonimi più comuni, insomma c’è stato uno sforzo lessicale: è stato rifiutato con decisione il termine “alleanza”, che avrebbe implicato un sodalizio fra i due partiti (“Non è una alleanza, ma un contratto di governo su punti specifici” diceva Di Maio), “intesa” avrebbe descritto qualcosa di troppo debole, “accordo” sarebbe stato troppo generico e personale, così come “patto”. Invece, fuor di correttezza tecnica, il termine “contratto” mostra dei pregi unici.

Dà l’immediata idea di un accordo scritto e circoscritto, di qualcosa che può essere fatto valere ben oltre la sola parola data. Carta canta, chi non adempie può essere individuato subito, e preso legittimamente per il bavero, e si può far saltare tutto con la forza di chi è nel giusto. Dà anche l’idea di un accordo impersonale: la maggior parte dei contratti che facciamo li facciamo senza che dall’altra parte ci sia un volto, concordiamo solo sulle poche clausole, firmiamo e inviamo per posta. Non siamo amici delle persone con cui stipuliamo un contratto, anzi. Inoltre dà anche l’impressione che si sappia di che cosa si sta parlando, se io stipulo un contratto con te so dove voglio andare a parare, so negoziare duro.

Impressioni molto, molto importanti per gli elettori del Movimento 5 Stelle e della Lega, impressioni che campiscono fra i governanti un equilibrio personale prima che istituzionale, un equilibrio non pacifico, ma sempre all’erta nel maggiore interesse dell’elettore, e un’aura di garanzie salde e presidiate: niente politicherie fuori dal controllo dei cittadini. Ma solo impressioni, come testimoniato adesso dal fatto che le coperture previste non c’erano ed è necessario nuovo debito. Potere strabiliante delle parole.


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