Perché la conferenza sulla Libia di Conte non è stata un successo


La conferenza per la Libia che si è svolta a Palermo nelle giornate di ieri e di oggi non ha portato i risultati annunciati, non solo per l’assenza degli altri leader europei. Il premier Conte si è mostrato soddisfatto: “Andiamo via da Palermo ma portiamo con noi un sentimento di fiducia per la stabilizzazione della Libia. Abbiamo affrontato vari temi, in particolare modo è emersa una forte coesione della comunità internazionale”, ha detto. La chiave di volta sarebbe tutta nella foto che ritrae il presidente del Consiglio insieme al titolare del governo di accordo nazionale Sarraj e il generale Haftar (la cui presenza non era affatto scontata): nell’immagine i due leader libici si stringono la mano.

Anche per l’Onu la sensazione è che l’obiettivo della conferenza sia stato raggiunto: “Voglio ringrazia l’Italia e il suo presidente del Consiglio per aver organizzato questa Conferenza, che è stata un successo”, ha detto l’inviato Onu per la Libia Ghassam Salamè, “Palermo resta una pietra miliare” del processo politico in Libia, ha aggiunto. Si registra però l’abbandono dei lavori della delegazione turca, irritata per l’esclusione del vertice informale di questa mattina, a cui avevano partecipato Giuseppe Conte, il primo ministro libico Fayez al Sarraj, il generale Khalifa Haftar e il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi: “È stato presentato come un incontro tra i protagonisti del Mediterraneo. Ma questa è un’immagine fuorviante che noi condanniamo. Per questo lasciamo questo incontro profondamente delusi”, ha detto il vicepresidente turco Fuat Oktay, lasciando anticipatamente il summit di Villa Igiea.

Le associazioni Arci, Asgi, Amnesty International, che in presenza del deputato di LeU Erasmo Palazzotto, (appena sbarcato dalla Mare Jonio per la missione Mediterranea) hanno organizzato una conferenza stampa alla Camera, per parlare proprio della situazione in Libia, hanno dato una lettura diversa: “Con la conferenza di Palermo alla fine la situazione è tornata al punto di partenza. È la cronaca di un flop annunciato. È stata solo un’inutile passerella in cui il governo italiano ha cercato di fare sfoggio di una serie di relazioni internazionali”, ha detto Palazzotto. Non ci sarebbe stato nessun passo avanti rispetto al 2011.

“Siamo al terzo inviato speciale Onu”, ha sottolineato Palazzotto, e “abbiamo assistito in questi anni a una serie di interventi scomposti da parte delle potenze che hanno interessi” nel Paese, tra le quali “le potenze europee, Italia e Francia in primo luogo, che hanno giocato sulla Libia un conflitto a bassa intensità con oggetto gli interessi economici, specialmente energetici”. Il “primo elemento di fallimento del vertice di Palermo”, secondo il deputato di Si, è che dalla conferenza non è venuta fuori alcuna proposta europea. Il secondo è che “ancora oggi c’è la costruzione di un racconto falso su cosa succede realmente in Libia”, che “non è uno stato sovrano”, invece “noi continuiamo a fare accordi con un governo che non ha nemmeno il controllo sul porto di Tripoli”. Il potere in Libia è in mano alle milizie e ai gruppi armati, mentre il governo tende a offrire una visione semplificata di uno scontro in atto tra il governo centrale di Sarraj e il generale Haftar. Dopo sette anni, in una situazione caotica nel Paese nordafricano, quello che emerge è solo l’auspicio che si trovi una soluzione condivisa. La domanda centrale rimane però un’altra: chi sono esattamente i nostri interlocutori in Libia?

“Non una parola sui campi lager in cui vengono rinchiusi i migranti, come niente sul rispetto dei diritti umani negati in quel Paese. Questo basta per dire che in Libia la strada da fare è ancora molta”, ha aggiunto Palazzotto. “La sensazione è che questa instabilità convenga a molti: basti pensare a quali istituzioni hanno tenuto insieme la Libia in questi anni, la National Oil Corporation e la Banca centrale libica, che distribuisce le risorse tra tutti gli attori in campo”.

“Mi auguro che la stretta di mano” tra il generale libico Khalifa Haftar e il premier del governo di unità nazionale della Libia Fayez al Sarraj “non sia stata utile soltanto per i fotografi, ma che significhi arrivare a un progresso autentico, nel quale tuttavia temiamo che i diritti umani rischino di continuare a essere assenti”, ha dichiarato il portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury a margine della conferenza stampa. In questi giorni della Conferenza di Palermo “non ho sentito le parole ‘diritti umani'”, ha sottolineato Noury. “Ho sentito altre cose che hanno tutte un obiettivo. Fare della Libia un Paese stabile affinché continui ad assolvere in maniera più efficace il compito che le è stato affidato dall’Europa e in particolare dall’Italia: fermare le partenze dei migranti verso l’Europa”.

Secondo un rapporto di Amnesty International il numero degli arrivi in Italia si è ridotto drasticamente, e contemporaneamente è cresciuto il numero dei morti in mare. I dati del Viminale parlano chiaro: nel 2018 in Italia sono arrivate solo 22.232 persone, a fronte di 14.415 calcolate nello stesso periodo del 2017. Il che significa che c’è stato un calo significativo delle partenze. Un obiettivo raggiunto grazie agli accordi negoziati dall’Italia con le milizie libiche, alla scomparsa dell’attività delle Ong operanti nel Mediterraneo, e alla politica dei porti chiusi.

Nel 2018 ben 14.377 persone sono state intercettate in mare e riportate nella terraferma dalle motovedette libiche. Amnesty International ha denunciato la presenza di 6mila persone all’interno dei centri di detenzione ufficiali in Libia, ma se si contano anche quelle rinchiuse nelle carceri ‘informali’, il numero delle persone detenute in condizioni disumane rischia di essere molto più alto.

Anche secondo il Pd la conferenza di Palermo si è rivelata un fallimento: “Dalla stabilità della Libia dipende la sicurezza nazionale dell’Italia. Per questo dall’opposizione abbiamo seguito attentamente l’organizzazione della Conferenza di Palermo dialogando con il governo, con la speranza che potessero emergere da lì, come nei passati incontri sulla Libia organizzati dall’Italia, passi in avanti verso la pace. Non ci siamo mai augurati un fallimento ma oggi non possiamo non osservare come la conferenza sia stata solo una photo opportunity per il premier Conte, ritratto tra Serraj e Haftar. Il successo della conferenza è tutto qui, anche perché neanche gli Stati Uniti, che pure a luglio nell’incontro con Trump avevano garantito a Conte la leadership di una cabina di regia sulla Libia, si sono spesi per la riuscita della conferenza” – ha detto Lia Quartapelle, responsabile esteri del Pd – “Per ottenere la foto il governo Lega-M5S si è piegato ai ricatti e alle pretese di Haftar, ben superiori al suo reale peso politico in Libia; ha permesso che la Russia dettasse condizioni sulla conduzione della politica estera verso la Libia e non è riuscito ad evitare una frattura con la Turchia, esclusa dagli incontri con Haftar, che ha abbandonato i lavori della conferenza in polemica. Alla fine di tutto, ci si chiede se davvero valeva pena di modificare così radicalmente la linea e la credibilità della nostra politica estera per ottenere quella foto”.


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