Perché l’abolizione del numero chiuso a Medicina non servirà a niente


A volte la cura aggrava la malattia. Per il M5S, e per il ministro dell’Istruzione Bussetti, eliminare il numero chiuso per l’accesso alla facoltà di Medicina risolverebbe il problema della carenza di medici in Italia. Un problema non da poco, visto che si stima che entro il 2022 andranno in pensione 20mila medici, che mancheranno nel Sistema sanitario nazionale. E chi ci rimette è il cittadino, quello che necessita di assistenza negli ospedali, per cui chi se lo può permettere farà affidamento sulla sanità privata. Ma cosa succederà a tutti gli altri che non possono sostenere spese onerose per esempio per un intervento chirurgico? Senza contare che ne risentirà anche il servizio offerto, visto che il personale degli ospedali sarà costretto a lavorare di più, in mancanza di un ricambio della classe medica.

L’idea del governo è quella di allargare l’accesso agli studi all’università, abolendo il test d’ingresso. Ma si vuole ignorare, in malafede o per scarsa conoscenza del campo, che in questo momento la formazione dei professionisti della sanità può essere rappresentata da un imbuto, il cui collo è rivolto verso le specializzazioni, che dipendono dall’assegnazione delle borse: ne vengono stanziate sempre meno, rispetto alla quantità di laureati in medicina che vengono sfornati ogni anno, e rispetto al reale fabbisogno di medici specializzandi, che secondo la conferenza Stato e Regioni 2018 era di 8569 unità.

Nei giorni scorsi sulla questione, dopo la smentita di Palazzo Chigi che ha chiarito che l’abolizione del numero chiuso per la facoltà di Medicina non sarà nella manovra 2019 ma potrebbe essere un percorso graduale, è intervenuta anche la ministra della Salute Grillo, spiegando perché il governo voglia andare in questa direzione: “Oggi il criterio per accedere a Medicina non è assolutamente meritocratico e quindi dobbiamo incidere su questo”. E ancora: “Dobbiamo adattarci ai tempi che cambiano e al fatto che il numero di medici formati e specializzati è probabile non sia sufficiente”. Il nodo è proprio questo: ampliando la platea che ha accesso agli studi non si fa altro che aumentare esponenzialmente il problema, dal momento che le borse di studio che ogni anno vengono bandite non sono bastevoli per il numero di pretendenti. Qualche cifra può chiarire i contorni della questione: al test di specializzazione del 2018 i partecipanti sono stati 16.074, per un totale di 6934 borse disponibili, tra contratti nazionali e contratti finanziati dalle Regioni. Nel 2017 le borse stanziate erano state poco più 6200.

È evidente che aumentare il numero dei laureati, senza aumentare le borse di formazione, creerebbe un una strettoia al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro, con un unico risultato: ogni anno 10mila giovani medici tentano di trasferirsi all’estero. Le borse di specializzazione che ogni anno vengono messe a disposizione sono sempre inferiori al numero di laureati in Medicina e Chirurgia: non vengono calcolate in base alla quantità necessaria a rinnovare la classe medica, ma solo in base alle risorse disponibili.

Il problema dei borsisti vincitori che abbandonano la specializzazione

Senza assunzioni gli ospedali saranno sempre più vuoti. Il problema vero è rappresentato dai posti di lavoro: il primo punto che dovrebbe essere all’ordine del giorno è infatti lo sblocco del turnover. Eppure nella bozza della manovra di bilancio circolata ieri vengono genericamente menzionate nuove assunzioni per medici specializzandi, senza specificare né il numero né il livello di investimento finanziario previsto.

Il primo aumento di immatricolazioni alla facoltà di Medicina venne deciso nel 2010. In quel periodo, secondo le stime, si laureavano ogni anno 7mila persone. Oggi siamo arrivati a 10mila laureati all’anno. Dopo il primo aumento delle iscrizioni iniziarono i primi disagi: nelle università c’erano aule troppo piccole per supportare l’incremento stabilito dal ministero. A poco a poco si è determinata una situazione difficile da gestire: di anno in anno i laureati che non hanno superato il concorso per l’accesso alla specializzazione, sono rimasti fuori dal percorso della formazione. Quest’anno quindi, oltre ai ragazzi che hanno concluso il corso accademico, al test per la specializzazione si sono presentati altri 5mila studenti, che avevano già concorso senza successo per la borsa negli anni precedenti. E a questi si sono sommati anche coloro che si sono già aggiudicati una borsa, e l’hanno accettata per assicurarsi un anno di sicurezza economica, e non per reale interesse verso quella specialità medica. Dunque questi ragazzi, ‘insoddisfatti’ del percorso intrapreso, riproveranno ancora il concorso di specializzazione – ne hanno tutto il diritto – ma le loro borse, già assegnate, non potranno essere ridestinate al Miur (che non potrà più disporne), e andranno ridistribuite per l’anno successivo tra i vari dicasteri. E ciò avviene anche perché mancano dei deterrenti: nessuna sanzione per chi abbandona una borsa vinta, nessun vincolo temporale che obbliga il borsista a portare avanti il percorso di formazione intrapreso. E ancora una volta il collo dell’imbuto si restringe, mentre il problema della carenza di medici si ingigantisce.

Medico di base, il canale alternativo

Una prima soluzione attuata dal governo è stata l’aumento delle borse disponibili per medici di base, anch’essi ritenuti insufficienti nel territorio: quest’anno le borse di studio sono passate da circa 900 a 2000. Ma il canale alternativo al concorso di specializzazione non sembra far gola a molti: chi infatti può scegliere se aggiudicarsi una borsa di studio da 1600 euro al mese (concorso classico per medici specialistici, gestito dallo Stato) o un sostegno economico da 800 euro al mese per tre anni (la borsa per medico di base, il cui concorso è gestito e finanziato dalle Regioni) è chiaro che tenderà a prediligere la prima.

Come cambierà l’esame di Stato

L’esame di Stato, che serve invece per l’abilitazione alla professione, fino ad oggi è un test che si svolge in una giornata, i cui quesiti sono selezionati da una batteria di domande. Il 100% dei laureati in medicina riesce ad abilitarsi senza grosse difficoltà. Chi si abilita, per non essendo un medico specializzato, ha comunque la possibilità di accedere a diversi sbocchi lavorativi: prestare assistenza nelle gare sportive, lavorare per il 118 formandosi nell’emergenza, lavorare in guardia medica, fare sostituzioni presso i medici di base. Le offerte di lavoro non mancano, anche se il problema è rappresentato dagli stipendi, soprattutto al Sud e al Centro: si parla di contratti anche di 900 euro al mese, con turni da 12 ore, con enormi responsabilità. Il gruppo Gmas (Giovani medici anti-sfruttamento), che fa parte dell’associazione ‘ALS-fattore 2a’, ha raccolto diverse testimonianze di medici, costretti ad accettare anche 3 euro e 50 lordi all’ora.

Adesso il Miur, con il decreto Fedeli del 9 maggio 2018, punta tutto sulla cosiddetta ‘laurea abilitante’. Quali saranno le novità? Si prevede l’introduzione di un periodo di tirocinio pre-laurea (la modifica partirà da luglio 2020); poi cambierà il test di abilitazione, le cui sessioni passeranno da due a tre all’anno: scomparirà il pool di 6mila domande su cui i ragazzi possono prepararsi; al suo posto è in arrivo un esame tecnicamente più avanzato, con 200 quesiti di clinica specialistica, medicina di laboratorio, genetica, poco attinenti con il percorso di studio portato a termine. Il punteggio verrà così calcolato: 1 punto per ogni risposta giusta e 0,25 in meno per ogni risposta sbagliata (le risposte possibili per ogni domanda sono 5). Per superare la prova il candidato dovrà raggiungere un punteggio di 130 punti.

“Questo meccanismo è penalizzante per gli studenti – ha detto Massimo Minerva, presidente dell’associazione ‘ALS-fattore 2a’, che conta 2708 iscritti – I media parlano di ‘laurea abilitante’, ma chiamarla così non è corretto, perché nei fatti diventa più difficile abilitarsi. Nel giro di una settimana abbiamo raccolto ben 8mila firme distudenti contro questo provvedimento”. In altre parole rischia di essere un ulteriore sbarramento. Se questa modifica del test di abilitazione dovesse entrare in vigore (in questo caso a luglio 2019), a fronte dell’aumento di laureati potrebbero comunque esserci meno medici abilitati. I giovani laureati rischiano di trovarsi in un limbo. Un controsenso, visto che contemporaneamente si parla dell’abolizione del numero chiuso come soluzione per ovviare alla mancanza di medici.


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