Piera Aiello, da testimone di giustizia a deputata del Movimento 5 Stelle: Ecco la mia storia


Piera Aiello intervistata da Sandro Ruotolo per Fanpage.it.
in foto: Piera Aiello intervistata da Sandro Ruotolo per Fanpage.it.

Piera Aiello è la prima testimone di giustizia ad essere stata eletta in Parlamento. Deputata del Movimento 5 Stelle, da 27 anni vive sotto protezione, come se fosse un fantasma. Ed anche quando ha presentato la sua candidatura alle elezioni politiche dello scorso 4 marzo e nel corso della campagna elettorale, ha dovuto mantenere il segreto sulle sue sembianze, per non essere riconosciuta. Nata a Partanna, in provincia di Trapani, nel 1967, la sua è una storia di ribellione nei confronti della mafia, ed è profondamente intrecciata a quella del giudice Paolo Borsellino e a quella di Rita Atria, sua cognata e amica, anche lei collaboratrice di giustizia. Piera ha raccontato la sua storia ai microfoni di Fanpage.it, in un colloquio con il giornalista Sandro Ruotolo. “Uscire fuori è stato drammatico – ha detto -, io ho avuto lo speciale cambio di generalità. Ho dato la mia adesione alla candidatura all’oscuro del Servizio Centrale di Protezione. Il problema era che dovevo firmare dei documenti per accettare la candidatura davanti a un notaio. Così ho preso 4 aerei nel giro di 4 ore. Io ci tenevo a entrare in Parlamento con il mio vero nome, come Piera Aiello, e in più avevo deciso di candidarmi a Trapani perché io da lì sono andata via e lì dovevo tornare”.

L’uccisione di Nicolò Atria e l’incontro con Paolo Borsellino

La vita di Piera cambia la sera del 24 giugno del 1991, quando nella pizzeria che lei gestiva con suo marito Nicolò Atria, a Montevago, a pochi chilometri da Partanna, entrano 4 killer e lo uccidono. “Due di loro sono entrati nella cucina, dove io ero con mio marito e il lavapiatti. Nicola, come lo chiamavo io, mi dà una spinta e gli dice di non toccarmi. Io vado a sbattere contro uno di loro, gli acchiappo il fucile, lui mi prende per il collo e mi mette la testa dentro al lavandino. Nel frattempo sparavano a mio marito e lo ammazzavano. Sentirò per sempre quel puzzo di polvere da sparo, quei botti non li dimenticherò più”, ricorda la donna, che subito dopo è corsa dai carabinieri a denunciare quanto avvenuto.

“Io ho riconosciuto i killer – ha continuato -. Mi ero stancata di vedere le vedove camminare nel mio paese con questo fazzoletto nero in testa come segno di sottomissione. Poi ho incontrato Paolo Borsellino, non sapevo neanche cosa significasse Procuratore della Repubblica. Io lo vedevo come una persona normale. Mi disse di rivolgermi a lui come “zio Paolo”. Da allora per me, per mia figlia e per Rita, è diventato zio Paolo”.

Il gesto estremo di Rita Atria “la picciridda”

La storia di Piera Aiello è intrecciata a quella di un’altra donna, Rita Atria, la sorella di Nicolò e cognata di Piera. All’epoca dell’uccisione del fratello aveva 17 anni. Per questo Paolo Borsellino la chiamava “la picciridda”. “Dopo che io avevo denunciato a luglio – ricorda Piera -, lei di sua spontanea volontà è andata alla procura di Sciacca per dire che ne sapeva più di me e che voleva parlare. Poi una sera due killer sono andati a casa sua perché volevano farla fuori. La prendono i carabinieri e la portano via, facendola partire per Roma insieme a me. È stata con me, nel mio appartamento, fino a 5 giorni prima di morire”. Poi una sera, esattamente una settimana dopo la strage di via D’Amelio a Palermo, nella quale persero la vita il giudice Borsellino e gli uomini della sua scorta, Rita si uccide gettandosi dal settimo piano di un edificio del quartiere Tuscolano a Roma, dove viveva in una casa protetta. “Aveva scritto sul suo diario che la morte di Paolo aveva lasciato un vuoto nella sua vita, che aveva paura che avrebbe vinto lo stato mafioso, che era morta senza di lui – ha continuato la deputata -. Borsellino per noi era come un padre, non era un giudice. Appresa la notizia della strage, Rita disse subito che era tutto finito. Si è sentita sola, ma tutto l’amore che io potevo darle non le bastava. Non si può sostituire l’amore di una madre. E lei era stata rinnegata. L’ultimo sfregio che le ha fatto è stato rompere la sua lapide nel cimitero di Partanna e toglierla dalla tomba della famiglia Atria, perchè lei era considerata una traditrice”.

Don Vito Atria e la faida tra vecchia e nuova mafia

La famiglia Atria non era lontana dalla mafia. “Io non ero innamorata di mio marito – confida Piera alle telecamere di Fanpage.it -. Quando ho conosciuto Nicolò era un bel ragazzo, era come un primo amore, una infatuazione. Io avevo 14 anni, lui 17. Poi una mia amica un giorno mi disse che mio suocero era un mafioso. Chiesi a don Vito Atria perché lo chiamassero così e lui mi disse che se scompariva qualcosa lui la faceva ritrovare subito. Da lì decisi di lasciare il mio ragazzo, ma dopo due ore esatte Don Vito si presentò a casa mia, affermando che in qualsiasi posto sarei andata, sarei stata sua nuora, perché tutti abbiamo una famiglia a cui vogliamo bene. Mi stava minacciando, che se non avessi sposato il figlio lui avrebbe ucciso la mia famiglia. Quindi ci siamo sposati, ma quando eravamo in viaggio di nozze a Madrid ci dissero che proprio don Vito era stato ucciso”. L’omicidio di Don Vito Atria si inserisce in una sanguinosa faida a Partanna, che oppone la famiglia degli Ingoglia, alla quale apparteneva Atria, a quella degli Accardo. I primi sono i vecchi mafiosi, i secondi sono i nuovi, per altro sostenuti da Totò Riina. Nella faida spara anche Matteo Messina Denaro, considerato attualmente il boss più potente di Cosa Nostra, latitante da 25 anni.

“Fino a quando Don Vito era vivo – ha detto ancora Piera -, mio marito non ha mai osato alzare il tono della voce o una mano su di me. Poi ha iniziato a spacciare droga e armi, e io ogni volta che gliele trovavo in casa le buttavo. Lui mi massacrava, pure incinta di 8 mesi. Una volta mi diede un calcio sulla pancia, io mi abbracciavo mia figlia per proteggerla, solo perché gli avevo gettato un panetto di hashish. Sei anni dopo è stato ucciso. Sono tornata a PArtanna diversi anni per ricordare Rita il 26 luglio, senza far sapere niente a nessuno. Ancora oggi ogni tanto vado al cimitero, compro due mazzi di fiori, uno per mia nonna Piera e uno per Rita. A Nicola lascio una rosa e gli dico che gliel’ho portata anche se non se la merita”.


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