Sangue all’università, i delitti del Dams


Tre morti, tre omicidi, tre misteri che hanno in comune uno sfondo unico: il Dams. Gli anni sono quelli della contestazione studentesca, la scena, Bologna, la città rossa, con la sua euforia culturale e i suoi lati oscuri. Le vittime, tre giovani talenti: Francesca Alinovi, critico dall’animo inquieto e fragile, morta nel suo stesso sangue nel loft di via del Riccio; Angelo Fabbri, ricercatore e allievo di Umberto Eco, assassinato a coltellate in una strada buia del quartiere Santo Stefano; Leonarda Polvani, uccisa con un proiettile e poi sepolta in una grotta. Una pioggia di morte che scatena l’inevitabile psicosi, cavalcata dalla stampa, del seriale killer.

La notte di San Silvestro e quelle 12 coltellate

Tutto inizia nel dicembre del 1982. La vigilia della notte di Santo Stefano, Angelo Fabbri, 26enne assistente e allievo di Umberto Eco, esce di casa dopo la mezzanotte e scompare. L’indomani il suo corpo viene ritrovato da due cercatori di tartufi, in Val di Zena, la schiena straziata da una dozzina di coltellate. Chi aveva incontrato Angelo uscito dalla casa in via Mirasole? Aveva un appuntamento con l’assassino oppure, come suggeriscono le ferite, è stato aggredito alle spalle, da uno sconosciuto? La prima e unica pista degli investigatori è quella passionale: Angelo si sarebbe innamorato di Giovanna Fadda, una studentessa sarda legata agli ambienti anarchici. Proprio un giovane di Movimento del ’77, Mario Isabella, pregiudicato e a sua volta legato a Giovanna è ritenuto sospettato del delitto. La tesi ha vita breve, le due posizioni dei ragazzi vengono archiviate quasi dopo poche ore e si torna al punto di partenza. Esclusa la droga che purtuttavia circolava negli ambienti accademici, dietro a quella morte misteriosa resta il vuoto.

Il bagno di sangue di via Riccio

Il delitto venne catalogato come crimine occasionale e mentre il Dams si scrollava di dosso l’orrore di quella morte, un’altra se ne preparava. Giugno del 1983, Francesca Alinovi, critico d’arte di fama internazionale, sparisce improvvisamente da Bologna. Tutto il circolo degli intellettuali e degli amici si mobilita per lei, scattano telefonate e ricerche, ma lei è proprio lì, in casa sua, dove la polizia la trova al centro di una scena surreale anche per la Bologna di quegli anni. Vestita di tutto punto, con indosso anche la giacca di pelle, nonostante il caldo, Francesca è annegata nel suo sangue. Uno strumento affilato la pelle 47 volte producendo minuscoli e innocui taglietti su tutto il corpo per poi arrivare alla carotide, il cui foro ha trasformato il suo collo in una fontana zampillante di rosso. Nel mirino finisce la sua relazione con Francesco Ciancabilla, studente dall’orientamento sessuale ambiguo che l’aveva fatta innamorare, ma la tormentava con la sua instabilità, tanto che sono gli stessi amici di Francesca a denunciarlo in questura come un uomo pericoloso, autentico ‘demone’ nella vita di Francesca. Il giorno della sua morte, in effetti, Francesca aveva ricevuto la visita del giovane studente, ma anche quella del suo secondo ‘demone’: l’eroina. Il critico e il suo studente avevano fatto uso di droga, come ormai erano soliti fare da tempo, ma lui, come dichiarato alla polizia l’aveva lasciata in casa viva. La sua strenua e disperata difesa non convince e Ciancabilla diventa l’assassino della Alinovi. “Francesca non l’ho uccisa io” ripeterà sempre. All’ombra delle due torri in molti, ancora oggi, gli credono.

Lea e la grotta delle messe nere

Orfano della sua musa, vittima, per i giudici di una relazione disfunzionale, il Dams si prepara a tornare a una vita di ricerca e studio, ma la morte vaga ancora intorno alle sue mura. È la volta di una giovane donna, Leonarda Polvani, detta Lea, studentessa prossima alla laurea, fresca di nozze. Leonarda era iscritta da anni all’università, ma a causa del lavoro nella gioielleria di famiglia, dove disegnava i pezzi da vendere, Lea aveva accantonato gli studi per riaprire i libri solo di recente. La sera del 29 novembre 1983, Leonarda scompare sotto casa, a Casalecchio di Reno, in quei cinque sono i metri che separano il box auto dal portone. Il 3 dicembre 1983, quattro giorni dopo, due guardiacaccia si imbattono nel corpo senza vita di Lea nella cava di gesso della Iecme-Ghelli che taglia il colle della Croara a San Lazzaro. Zona costellata di sinistre caverne e ammantata di mistero dove si racconta che si celebrino messe nere, la Croara è anche la terra di nessuno dove la criminalità lava i suoi panni sporchi (armi e droga). Il corpo, con una stringa delle scarpe legata al collo, è stato nascosto nella cava sicuramente dopo la morte, avvenuta per un colpo di pistola. La grotta era protetta da una rete metallica recisa con una tronchese nuova di zecca. Chiunque abbia portato lì Lea sapeva che lo avrebbe fatto. Sul suo corpo non ci sono segni di violenza carnale, nulla che faccia pensare a un’aggressione ‘passionale’, tutt’altro: è stata un’esecuzione fredda. Nonostante un esame del DNA eseguiti diversi anni dopo il fatto, l’assassino di Lea non verrà mai trovato, consacrandolo come il terzo mistero del Dams.

Angelo Fabbri, Leonarda Polvani, Francesca Alinovi, entrarono nella cronaca nera come vittime di morti violente, due di esse senza colpevole, tutte sicuramente senza un movente comprensibile. Passata la ‘psicosi’ del serial killer dell’università, del mietitore armato di coltello e pistola e assetato di vite, il ‘mostro’ del Dams è rimasto uno sparacchio di quegli anni. Avvelenati dalla droga e pieni di segreti.


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