Sangue in Vaticano, lo strano omicidio di Alois Estermann, l’uomo che salvò il papa


Quatto maggio 1998, nel piccolo Stato Vaticano è una giornata da non dimenticare. Dopo oltre un anno dalle dimissioni di Roland Buchs, l’esercito pontificio ha di nuovo un comandante. La scelta è caduta su Alois Estermann, conosciuto dai più come l’uomo che rischio la vita nell’attentato a Giovanni Paolo II, quindici anni prima. Quel giorno le emittenti vaticane snocciolano la sua biografia in tutte le salse, dall’infanzia tra le montagne della svizzera Lucerna, alla fulminante ascesa coronata età di 44 anni. Uomo nuovo, Estermann ha spiazzato tutti con una carriera atipica e quella notte li spiazzerà ancora una volta. Con la sua morte.

Sangue nella città di Dio

Nel buio del palazzo all’ombra di Sant’Anna dove il comandante alloggia con la moglie Gladys Meza Romero, è andato in scena un bagno di sangue. Una religiosa, Suor Anna Lina Meier, della Divina Provvidenza di Baldegg, ha scoperto per caso i corpi senza vita del comandante e di sua moglie nell’alloggio attiguo al suo. Notizie confuse e distorte, circolano quella sera sulla sorte del nuovo capo delle guardie Svizzere, si parla di un delitto efferato. Sul luogo dei fatti accorre il direttore della sala stampa, Joachim Navarro Valls,  l’appartamento viene subito ripulito e sigillato, le forze dell’ordine italiane, tenute alla larga. Tre ore dopo c’è già un colpevole: è Cédric Tornay, un giovane caporale delle Guardie Svizzere, morto suicida con la stessa pistola che ha sparato ai signori Estermann.

Ma è stato un ‘raptus’

I panni sporchi della strage vengono lavati rapidamente dai fidi prelati di Giovanni Paolo II. Il misfatto, secondo la ricostruzione della Santa Sede, avrebbe come movente ‘un raptus’ di follia, il 24enne Tornay, insomma, avrebbe rivolto la pistola contro il suo superiore, perché frustrato dalla scarsa considerazione che godeva all’interno del corpo delle Guardie Svizzere, del quale Estermann sarebbe stato ferreo custode durante il periodo di reggenza che aveva preceduto la nomina in carica. Vittima occasionale la moglie, prima che Tornay si infilasse l’arma di ordinanza, una Sig Sauer, calibro 9, in bocca e si facesse saltare la testa. Perché la Santa Sede ha tutta questa fretta di chiudere il caso? C’è qualcosa da nascondere? Nei mesi successivi fioccano le ricostruzioni alternative: da quella che voleva Estermann e il suo sottoposto legati da una tormentata relazione omosessuale, a quella del triangolo amoroso finito in tragedia. Al netto delle tesi scandalistiche da tabloid, c’è un’altra ipotesi che desta attenzione, quella che vuole Estermann, uomo dell’Opus Dei, dal 1980 agente della Stasi, il potente servizio segreto della Germania Orientale.

Spie, amanti e segreti

È il quotidiano tedesco Berliner Kurier, all’indomani dei fatti, a scrivere che Estermann era la famosa spia della Stasi, nome in codice ‘Werder’, infiltrata nella Santa Sede per carpire i segreti del papa polacco e dell’ambiguo braccio destro, Paul Marcinkus, con tutto il carico di misteri, da Emanuela Orlandi ai finanziamenti occulti a Solidarnosc. Al microscopio finisce anche la figura di Gladys Meza Romero, la moglie del comandante? Laureata in teologia, di quattro anni più vecchia del marito (aveva 48 anni), la venezuelana Gladys era giunta in Italia nell’81 per specializzarsi, trovando lavoro all’ambasciata come addetto culturale.  Venezuelana di origine, Gladys era diventata la signora Estermann nel 1983, l’anno in cui Alois era diventato famoso per essere balzato sulla papamobile per proteggere Wojtyla dagli spari. Sul suo conto, ciò che emerge, è la fittissima rete di relazioni e amicizie internazioni su cui poteva contare.

L’altra donna

C’è un’altra donna nella strage in Vaticano. È Muguette Baudat, la madre del 24enne indicato come assassino della coppia. Giunta a Roma dal cantone Vallese, la signora Baudat si era trovata davanti una verità già scritta, proprio come la lettera di addio che suo figlio avrebbe vergato prima dei fatti, la prova ‘regina’ della sua colpevolezza. “Spero che tu possa perdonarmi” scrive Cédric all’amata madre, ma poi sbaglia delle date importanti, omette la firma, nell’intestazione chiama la donna con il cognome dell’ex marito.

“Mio figlio è stato ucciso”

A Muguette non importa che Estermann e sua moglie fossero spie o affiliati a qualche loggia massonica vaticana, vuole solo conoscere la verità sulla morte di suo figlio, così, tornata in Svizzera, fa sottoporre il corpo a una seconda autopsia (la prima di parte). Gli esiti sono a dir poco interessanti: la pistola che ha ucciso il 24enne Cédric, è stata introdotta a forza nella bocca del ragazzo, che prima, verosimilmente, era stato tramortito con un colpo. A ucciderlo, inoltre, è stato una pistola di calibro diverso da quello della sua arma di ordinanza. Forte delle conclusioni dei medici legali e convinta che suo figlio sia stato vittima di un complotto per coprire l’omicidio di Estermann, la signora Baudat prova a far riaprire il caso, ma la Santa Sede non ne vuole sapere. I fatti sono andati come sono andati e nella casa di Dio non c’è possibilità di contraddittorio, neanche se le prove raccontano una storia diversa dalla versione ufficiale.

Menzogne e mistificazione, per Maguette Baudat, hanno segnato i vent’anni passati dalla notte di sangue in Vaticano a oggi, da allora non ha mai smesso di chiedere chiarezza.


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