solo il 12% degli studenti poveri va bene a scuola


In Italia l’ascensore sociale è fermo e le persone di estrazione sociale più bassa difficilmente riescono a uscire dalla propria condizione di povertà ed esclusione sociale. Che l’ascensore sociale in Italia sia bloccato da tempo non è certo una novità, ma l’ultimo Rapporto Ocse-Pisa evidenzia un’altra stortura, che investe l’ambito scolastico e colpisce gli studenti più poveri e con meno possibilità economiche. Stando allo studio, infatti, in Italia tendenzialmente gli studenti poveri vanno peggio a scuola rispetto ai coetanei più abbienti e pochi riescono a ottenere risultati eccellenti che potrebbero permettere loro di scalare la società e modificare la propria condizione sociale.

Più gli studenti poveri vanno male a scuola, meno la società si occupa di loro e peggiori sono i risultati scolastici conseguiti, evidenzia il Rapporto Ocse-Pisa intitolato “Equità nell’istruzione: abbattere le barriere alla mobilità sociale” che mette a confronto vari Paesi paragonando la posizione di vantaggio o svantaggio socio-economico di partenza degli studenti e le differenze nelle competenze acquisite, nel benessere socio-emotivo e negli esiti conseguiti.

L’ascensore sociale è bloccato in Italia, ma non in altri Paesi come la Germania e gli Stati Uniti, dove una persona non abbiente ha più possibilità di uscire dalla propria condizione sociale di indigenza e di tagliare traguardi professionali e scolastici inimmaginabili nel Belpaese. Secondo quanto afferma l’analista Ocse Francesco Avvisati, l’ascensore sociale in questi Paesi funziona perché “negli ultimi anni hanno intrapreso politiche mirate per aiutare le scuole più svantaggiate e ciò ha prodotto risultati apprezzabili”.

Il Rapporto evidenzia inoltre che solo nei Paesi in cui l’attenzione ai bisogni degli studenti più svantaggiati è maggiore, una quota significativa di questi ottiene buoni risultati scolastici e ha possibilità di modificare la propria condizione sociale. Questo però non accade in Italia e le gravi disparità sociali si riflettono sia sui risultati scolastici che sul benessere generale. Infatti, la proporzione di studenti che si dice poco o per nulla soddisfatto della propria vita raggiunge il 18% tra gli studenti svantaggiati, percentuale nettamente superiore rispetto al 13% degli studenti più abbienti. Inoltre, la percentuale di studenti svantaggiati che dichiara di “sentirsi nel suo ambiente” a scuola è diminuita dal 2003 al 2015, passando dall’85% al 64%, calo ben più significativo di quello registrato nel resto della popolazione.

Il rapporto mette in risalto che sulla scala Pisa, “oltre 150 punti separano il punteggio medio del 25% più “bravo” (sulla scala dei risultati) dal punteggio medio raggiunto dal 25% più svantaggiato (sulla scala socio-economica)”. Circa la metà degli studenti svantaggiati, inoltre, frequenta il 25% delle scuole più svantaggiate del Paese, mentre solo il 6% frequenta le scuole migliori – un meccanismo di segregazione simile a quello medio osservato nei paesi Ocse. Solo i Paesi nordici hanno i livelli di segregazione più bassi rispetto a quelli italiani e a quelli medi, il che significa, in termini numerici, che “solo 3 studenti su 100 sono bravi e svantaggiati”.

I pochi studenti svantaggiati che risultano essere anche tra i più bravi frequentano, di solito, un liceo, mentre il 10% degli studenti svantaggiati che frequentano gli istituti tecnici o professionali rientrano nella categoria dei più bravi. Secondo Ocse-Pisa, questa discrepanza elevata sottolinea come l’orientamento dopo la scuola media in Italia sia molto spesso più legato all’origine sociale che alle reali attitudini scolastiche degli studenti, il che porta gli studenti svantaggiati ma bravi ad essere orientati verso gli istituti tecnici, cosa che non capita invece agli studenti benestanti e con più possibilità economiche.


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