Sono nata con un grave danno cerebrale da forcipe. La prognosi: una vita senza possibilità di linguaggio e di movimento. Grazie a forza di volontà e terapie, oggi faccio comunicazione lanciando messaggi positivi sulla disabilità


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Sono una donna di  cinquanta anni soddisfatta di se stessa,  un lavoro  stimolante, un bell’appartamento in centro città dove vivo da sola, una vita ricca di interessi e  di amicizie. Un’esistenza invidiabile? No, perché non è sempre stato così: tutt’altro!

Una nascita asfittica per mancata assistenza al  momento del parto con l’utilizzo del forcipe, mi  ha provocato un grave danno  cerebrale, colpendo la parte del cervello  che controlla il sistema motorio. Conseguentemente a ciò, a 6 mesi mi pronosticarono una vita senza alcuna possibilità di  linguaggio e di movimento.

La mia attuale condizione, sopra brevemente  descritta, non è frutto di un miracolo, ma dipende dell’essermi sottoposta da sempre  ad innumerevoli terapie, quali fisioterapia;  molto sport; il recupero lento e graduale delle attività quotidiane; nuovi ed innovativi metodi riabilitativi in varie parti del mondo.  Questo mio vissuto personale  ha sviluppato in me una sensibilità tale, da maturare fin da quando ero molto giovane il grande desiderio di dedicarmi a persone che si trovano  in una condizione simile o peggiore della mia;  perché  convinta che chi prova «sulla propria pelle» certe problematiche possa meglio capire  ed aiutare  gli altri.

Per questo fin dagli anni dell’università ho fatto volontariato e qualche lavoretto in cooperative impegnate nel settore della disabilità. Nel corso del tempo sono riuscita a far diventare questa mia aspirazione  quasi la mia professione. In particolare  mi occupo  di comunicazione, lanciando messaggi positivi nei confronti della disabilità attraverso vari canali, quali, articoli/post, convegni, trasmissioni televisive e la pubblicazione della mia autobiografia.

I temi trattati per lo più sono: i disabili hanno gli stessi diritti di tutti; non occorre soltanto  abbattere barriere architettoniche, ma soprattutto quelle culturale; l’inclusione e l’integrazione delle persone con disabilità. Durante questo percorso  ho assistito e sono stata partecipe di un mutamento culturale importante di apertura nei confronti della disabilità, durante il quale ho avuto la possibilità di confrontarmi e di lavorare sia con persone  disabili, sia con altre  che lavorano nel settore della disabilità, esperienza di fondamentali confronti, determinanti per la mia crescita.

Posso quindi concludere che l’essere nata con queste problematiche, mi ha  dato la possibilità di  fare un percorso personale che se fossi «nata normale» non avrei sicuramente fatto, conducendo una vita molto più banale.

A.G.

Questa testimonianza rientra nel Progetto «Malattia come opportunità» di Corriere Salute


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