Strage di via D’Amelio, i boss accusati dal falso pentito chiedono 1 milione di euro allo Stato


Salvatore Madonia sarebbe stato uno dei mandanti della strage di via D’amelio quando vent’anni fa morì il giudice Borsellino che secondo i magistrati “sapeva dell’esistenza di una trattativa tra Stato e mafia” e fu ucciso perché ritenuto un ostacolo. Determinante per i nuovi provvedimenti la collaborazione del pentito Spatuzza.

I boss accusati e poi scagionati per la strage di via D’Amelio a Palermo, nella quale il 19 luglio 1992 persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, chiedono i danni allo Stato: in totale, la richiesta avanzata è pari a un milione di euro, come provvisionale, vale a dire come anticipo sul risarcimento complessivo, costituendosi parte civile nell’udienza preliminare che inizierà il prossimo 20 settembre al tribunale di Caltanissetta. Sul banco degli imputati, ci sono il questore Mario Bo, gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, gli investigatori del gruppo “Falcone-Borsellino” che secondo la procura nissena avrebbero costruito ad arte le false dichiarazioni del pentito Scarantino, e che per questo sono stati accusati di calunnia.

Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina, Gaetano Murana, Gaetano Scotto e Natale Gambino si sono, dunque, costituiti parte civile. Mancano all’appello Salvatore Profeta e Giuseppe Urso, di recente riarrestati per mafia. Ma i boss in questione non hanno solo presentato allo Stato un conto salato per le false accuse a loro carico. Hanno anche chiesto, tramite i loro legali, che vengano citati come “responsabili civili” la presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell’Interno. Il gip Francesco Lauricella ha accolto l’istanza e sono già partite le convocazioni per Palazzo Chigi e per il Viminale, che dovranno presentarsi in tribunale tramite l’Avvocatura dello Stato. Avvocatura che sarà presente in aula anche in rappresentanza del ministero della Giustizia, ma questa volta nella veste di “parte offesa”.

“L’udienza preliminare che si celebrerà è un primo importante passaggio — ha commentato l’avvocato Rosalba Di Gregorio, che assiste le parti civili con i colleghi Giuseppe Scozzola e Giuseppe D’Acquì — ma come dice la sentenza del Borsellino quater, dietro Scarantino non c’è stato un mero errore giudiziario, bisogna piuttosto scoprire le ragioni del depistaggio“. Si ricorda che Vincenzo Scarantino, dopo l’arresto nel 1992, prima si autoaccusò di aver partecipato alla strage in cui perse la vita il giudice Borsellino, per cui fu condannato a 18 anni di carcere, poi ritrattò accusando poliziotti e magistrati, che lo avrebbero spinto a fare quelle accuse. Come sottolinea La Repubblica, “alcuni dei fatti raccontati da Scarantino sono infatti davvero avvenuti, solo che i protagonisti erano diversi. ‘Chi ha suggerito ai suggeritori?’, si chiedono i giudici del Borsellino quater, ipotizzando manovre oscure dietro l’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, che è deceduto nel 2002”. L’avvocato Nino Caleca, che assiste il questore Bo, ha tuttavia ricordato che già un altro gip, sempre a Caltanissetta, si è pronunciato su alcuni funzionari del gruppo “Falcone Borsellino”, fra cui proprio Mario Bo: “E quel giudice ha ritenuto totalmente innocenti i funzionari di polizia”.


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