Sulla legge per le madri detenute c’è ancora molto da fare


donne detenute bambini



Resta ancora in gran parte inattuata la legge dedicata alle detenute madri approvata nel maggio 2011: un provvedimento che, dopo un lungo iter parlamentare, aveva come obiettivo quello di evitare che vi fossero ancora bambini costretti a vivere in carcere con le loro mamme recluse.

Con quella riforma, si cercò di favorire il più possibile la detenzione domiciliare di quelle donne che hanno figli in età prescolare – quindi fino a 6 anni di età – con il collocamento in case famiglia o negli Icam, istituti a custodia attenuata, strutture più simili ad asili che a penitenziari, in cui i bimbi possono vivere i primi anni di vita con la mamma in un’atmosfera positiva per la loro crescita.

La stessa norma, inoltre, stabilì che nelle sezioni ‘nido’ di un carcere potessero essere ospitati bimbi da zero a 3 anni con le madri detenute per eccezionali esigenze cautelari o per le quali non fosse possibile trovare una collocazione differente.

La situazione degli Icam

Ad oggi, gli Icam in tutta Italia sono solo 5: a Lauro (Avellino) vivono 10 donne (3 straniere con i loro 4 figli) con 12 bimbi; a Milano San Vittore (struttura ‘apripista’ nata nel 2007) ce ne sono 4 con 4 bambini (3 donne e 3 bimbi sono stranieri); a Venezia Giudecca sono ospitate 5 detenute madri con 6 figli al seguito (anche qui 3 donne e 3 bambini vengono da un paese straniero); a Torino Lorusso Cotugno ci sono 7 donne e 10 bimbi (2 le straniere con 3 figli), mentre nella struttura di Cagliari non risulta allo stato presente alcun ospite.

Le donne che vivono negli Icam, dunque, sono davvero una piccola percentuale del totale delle detenute madri: al 31 agosto scorso – ultimo dato aggiornato prima della tragedia di Rebibbia – il loro numero era pari a 52 (25 straniere con 29 bimbi), con 62 bambini. A Rebibbia femminile, vivevano, alla fine del mese scorso, 13 donne con 16 figli al seguito.

Nonostante i tentativi di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla situazione dei ‘bimbi in cella’ e la creazione di nuove strutture ‘ad hoc’ – a Roma, nel 2017, è stata inaugurata la ‘Casa di Leda’, casa famiglia protetta per detenute madri e i loro figli realizzata in una villa confiscata alla criminalità organizzata – i passi in avanti fatti finora, secondo gli operatori del settore, non sono abbastanza. “Il dramma dei bambini in carcere è noto a tutti – scrivono in una lettera aperta decine di associazioni, tra cui Antigone,

A buon diritto, la Conferenza nazionale Volontariato giustizia, Magistratura democratica, Nessuno tocchi Caino, Comunità di Sant’Egidio, Ristretti Orizzonti – e la legge del 2011 ha tracciato una linea che prevede una collocazione alternativa al carcere per mamme e bambini, ma la sua applicazione fatica a trovare pienezza. Il disagio sociale sempre più presente all’interno degli istituti di pena non è certo una novità e troppo spesso il peso di tale problema è affidato al personale di Polizia penitenziaria.

Gli enti locali – dice ancora il testo – faticano a dare risposte a chi esce dal carcere e cerca di ricominciare una vita diversa. I cittadini molto spesso si oppongono alla nascita di strutture di accoglienza, come le case famiglia per le donne detenute con figli”. 

Pressing sul governo

Numerose critiche, infatti, sono state rivolte alla decisione del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, poche ore dopo il dramma di Rebibbia, di sospendere la direttrice dell’istituto e la sua vice, nonché il vicecomandante del reparto di Polizia penitenziaria. Lo stesso Garante nazionale dei detenuti ha parlato di “responsabilità collettiva” e, sul fronte politico, l’ex Guardasigilli Andrea Orlando ha rilevato come con la sua riforma, ‘stoppata’ dal nuovo governo, la questione delle detenute madri avrebbe finalmente trovato soluzione.

Della legge a cui aveva lavorato il precedente governo, nei giorni scorsi, è tornato a parlare anche lo scrittore Roberto Saviano, definendola una “riforma morta per vilta’ e incompetenza”. Dal ministro Bonafede è giunto l’invito a evitare “strumentalizzazioni”: “Ci vuole rispetto”, ha affermato dopo giorni di silenzio. “Prima di commentare la morte di due bambini non sarebbe stato giusto stare in silenzio, mostrare un minimo rispetto per una tale tragedia, e non parlare a tutti i costi solo perché si ricopre un ruolo pubblico? Io rispetto l’opinione di tutti – ha detto Bonafede – e credo che le critiche più aspre rappresentino uno stimolo fondamentale per chi vuole governare. Ma c’è un limite a tutto”.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it




LINK UFFICIALE: https://www.agi.it/cronaca/rss