Tassotti, consigli al Milan: ‘Riparti da Gattuso e giù le mani da Gigio e Romagnoli’ – La Gazzetta dello Sport


L’ex rossonero: “Rino ha fatto ciò che doveva. La Champions non sposta il giudizio su di lui. E poi il finale di campionato potrebbe non essere così banale…”

Stefano Cantalupi

Trent’anni fa, in questo periodo dell’anno, Mauro Tassotti era abbastanza a ovest di Milano. Precisamente Barcellona, dove c’era una Coppa dei Campioni da vincere. Ora, invece, decolla verso est: in Ucraina lo attendono i suoi doveri da braccio destro del c.t. Andriy Shevchenko. “Con Sheva parliamo spesso di Milan, cerchiamo di non perderci nemmeno una partita”, racconta, mentre si prepara ad andare in aeroporto. E nella valigia dei pensieri mette in ordine passato, presente e futuro.

Se ripensa a quel 24 maggio 1989, quali sono le prime immagini che le tornano in mente?
«Mi rivedo sul pullman, che passa in mezzo ai tifosi. Guardo silenziosamente Maldini, che era il mio compagno di stanza e l’amico con cui avevo più confidenza. Una marea rossonera così imponente faceva impressione a tutti, anche a noi due».

Quel Milan è stato il più forte di sempre?
«Mi limito a dire che il 4-0 alla Steaua ha cambiato la mentalità del calcio italiano. Prima c’era la cultura del salvarsi la pelle in trasferta e aggredire in casa. Non è un caso che anche Samp e Napoli, in quegli anni, abbiano migliorato il loro rendimento europeo».

Il Milan di oggi non è nemmeno certo di tornarci in Champions.
«Ma c’è speranza. Non so, ho una sensazione, se domenica vincessero sia l’Inter che l’Atalanta sarebbe un epilogo quasi banale. Qualcosa può ancora accadere, sebbene il Milan non sia favorito».

Nel 2013 lei era il vice di Allegri e il Diavolo conquistò il pass per la Champions proprio all’ultima giornata. Come si prepara uno sprint di campionato così, nell’incertezza?
«Quella volta eravamo padroni del nostro destino, ma in ogni caso l’unico modo è isolarsi, pensare a fare il proprio dovere. Ciò che fanno gli altri non si può controllare».

Arrivare tra le prime quattro della classifica sposta il giudizio sul lavoro di Gattuso?
«Credo che Rino abbia fatto ciò che doveva, in questi mesi tutt’altro che facili. La stagione non è brutta, comunque vada. Semmai, il rammarico è quello di aver buttato via troppi punti quando la squadra era davanti alle rivali».

Sarebbe giusto che restasse in panchina, dunque?
«Penso di sì. Guardando alle altre pretendenti alla qualificazione Champions, molte delle big hanno avuto problemi. Inter, Roma, anche la Lazio, che s’è riscattata in Coppa Italia. L’Atalanta è andata oltre le attese e merita un discorso a parte».

Se dovesse trovare un neo nella conduzione tecnica di Rino?
«Ripeto, ha fatto il suo. L’unica cosa che non ho capito è come mai la squadra abbia espresso il suo gioco migliore nella prima parte del campionato».

Gattuso non è l’unico a non avere certezze sul suo futuro al Milan. Che ne pensa di Leonardo e Maldini?
«Dico solo che la loro presenza ha significato moltissimo per i tifosi. San Siro riempito da 50mila, a volte 60mila cuori rossoneri non è un caso, lo si deve anche a dirigenti che hanno dato tanto a questo club».

Con Maldini c’è ancora l’amicizia di un tempo?
«Sì, ci sentiamo spesso. Credo che Paolo abbia usato quest’anno per studiare, imparare. Ora sarebbe pronto a un salto di qualità nel ruolo, fa parte del percorso che ha intrapreso in questa nuova veste».

Eppure, allo stato attuale, nessuno può essere sicuro di restare. Neanche i giocatori più forti, per motivi di Fair play finanziario.
«Capisco le ragioni di bilancio, ma i tuoi uomini migliori devi tenerli, anche se sono i più appetibili per eventuali acquirenti. Se li perdi, poi fai doppia fatica per risalire».

Chi sono gli incedibili del Milan, secondo lei?
«Suso, ma forse ancor di più Donnarumma e Romagnoli. In qualunque modo finisca questa stagione, nella prossima bisogna ripartire da loro».


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