Ucciso da mafia e Servizi, non smettete di indagare


Ucciso per mano della mafia e dei Servizi segreti: questa la pista che la Procura di Milano si appresta ad archiviare per l’omicidio di Bruno Caccia, il magistrato ucciso nel 1984 mentre indagava sull’intreccio tra mafia e imprenditoria al Nord. Martedì prossimo davanti al gip di Milan, Stefania Pepe si terrà l’udienza per discutere l’opposizione dei familiari che credono fermamente in questo filone di indagine che inquadra l’omicidio del procuratore come risposta alle sue indagini sul riciclaggio di denaro della mafia al Casinò di Saint Vincent.

Il delitto

Il giudice Caccia fu ucciso il 26 giugno del 1983 mentre passeggiava con il suo cane a pochi passi da casa, vicino alla Chiesa della Gran Madre a Torino. La prima pista presa in considerazione fu quella del terrorismo, diverse telefonate alle redazione dei giornali, infatti, rivendicarono l’attentato come opera delle Brigate Rosse che però, prontamente, smentirono. La svolta nelle indagini giunse un anno dopo, quando Francesco ‘Ciccio’ Miano, boss del clan dei Catanesi di stanza a Torino come riferimento della mafia siciliana per il narcotraffico, decise di diventare informatore dei Servizi Segreti e cominciò a riferire sul traffico di droga che i siciliani gestivano con il clan di ‘ndrangheta di Domenico Belfiore, leader dei calabresi.

Torino divisa tra Catanesi e Calabresi

Si trattava di attività sulle quali il procuratore capo della Repubblica di Torino, stava indagando da anni. Caccia, infatti, aveva riunito intorno a sé un gruppo di giovani magistrati per indagare sulle ramificazioni della mafia in Piemonte. Fu il primo vero pool antimafia cui si sarebbe ispirato poi quello dei giudici Falcone e Borsellino. Tra le varie rivelazioni di Ciccio Miano ci fu anche il nome di colui che aveva dato l’ordine di ammazzare Caccia: Domenico Belfiore, capobastone della ndragheta. Belfiore, caduto dall’olimpo dei potenti del crimine all’ombra della Mole, viene condannato all’ergastolo e indica come esecutore materiale Rocco Schirripa, panettiere torinese di 62 anni di origini calabresi, il cui processo inizia non prima del 2016: 33 anni dopo i fatti.

Nel mirino ‘Saro’ Cattafi, l’avvocato dei Barcellonesi

Il cerchio sembra chiuso, ma nel 2014 i familiari del procuratore, rappresentati dal legale Fabio Repici, presentano un esposto con una denuncia scioccante. Per la famiglia ci sono elementi sufficienti a ipotizzare che l’omicidio possa essere collegato alle indagini che il procuratore stava svolgendo sul riciclaggio di denaro sporco al Casinò di Saint Vincent. All’esposto fa seguito un’inchiesta a carico di Rosario Pio Cattafi (detto Saro), avvocato con un passato da estremista di Ordine Nuovo, imprenditore e investitore ritenuto il mediatore della mafia di Barcellona Pozzo di Pozzo e gli apparati dello Stato, e del calabrese Domenico Latella.

L’epilogo

Un filone di indagine seguito con scrupolo fino ad oggi, ma che non ha prodotto prove tangibili che dietro l’omicidio del procuratore ci fosse la longa manus dell’intelligence italiana che in quegli anni trattava con la mafia e che il delitto fosse stato pianificato per distogliere il procuratore dalle indagini sui traffici in Valle D’Aosta. “Poco prima del delitto mio padre aveva spiccato i mandati di perquisizione al Casino di Saint Vincent – ha detto la figlia Paola in un’intervista al quotidiano ‘La Stampa‘ –  Sarebbe imperdonabile moralmente e storicamente richiudere la storia dell’omicidio di nostro padre nei cassetti per i prossimi 25 anni com’è stato fin qui”.


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