Viviamo nella polvere, pieni di ferite


Bimbi minatori di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo (Gettyimages)
in foto: Bimbi minatori di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo (Gettyimages)

“C’è un sacco di polvere ed è molto facile ammalarsi. Siamo sempre pieni di ferite su tutto il corpo”. Dany ha 15 anni ed è un creuseur (scavatore in francese), un minatore di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). Mathy è stata costretta a lavorare in miniera all’età di 9 anni, dopo che suo padre ha perso il lavoro. “Mangiavo solo quando riuscivo ad avere abbastanza soldi”, ricorda la ragazza. Arthur di anni ne ha 13. E’ stato minatore dai 9 agli 11 e ancora ricorda la sua esperienza. “Ho lavorato nelle miniere perché i miei genitori non potevano permettersi di pagarmi cibo e vestiti. Papa è disoccupato e mia mamma vende carbone”.

Secondo l’ultima stima dell’Unicef, circa 40.000 ragazzi e ragazze minorenni sono impegnati nelle miniere del sud della Repubblica Democratica del Congo. Molti di loro lavorano nell’industria estrattiva del cobalto, il prezioso minerale utilizzato per la produzione di batterie ricaricabili di cellulari, tablet, computer e altri dispositivi elettronici. Bambini costretti a sopportare condizioni estreme – denuncia Amnesty international – senza maschere né guanti per proteggerli e con salari da fame. I turni di lavoro sono massacranti e arrivano fino alle 12 ore al giorno. Ma c’è anche chi nei tunnel rimane per più tempo. Paul, un orfano di 14 anni, ha raccontato di aver passato nel sottosuolo fino ad un giorno intero. “Stavo anche 24 ore giù nei tunnel. Arrivavo alla mattina e uscivo il mattino del giorno dopo”. “La mia matrigna voleva che andassi a scuola – ha aggiunto – ma mio padre adottivo era contrario e mi ha mandato a lavorare in miniera”.  Scavano le miniere a mani nude o con altri utensili elementari: buche di decine di metri di profondità, spesso senza alcun permesso. Nelle miniere i più piccoli sono costretti a trasportare sacchi che arrivano a pesare dai 20 ai 40 chilogrammi. In molti casi, senza toccare cibo. E si ammalano molto di più dei loro coetanei.

Salari da fame

I bambini che hanno raccolto, ordinato, lavato, frantumato e trasportato minerali vengono pagati per ogni sacco di minerali dai commercianti. La maggior parte dei minatori bambini dichiara di guadagnare tra 1.000-2.000 franchi congolesi al giorno (1-2 euro). Non hanno modo di verificare indipendentemente il peso dei sacchi o il grado del minerale e, quindi, devono accettare ciò che gli operatori pagano. Loïc, 13 anni, ammette che i più piccoli sono pagati meno degli adulti per estrarre il cobalto. Nelle miniere congolesi, altri bimbi e adolescenti stanno in superficie piegati in due tutto il giorno per spaccare le rocce ricche di minerale con una specie di martello, unico strumento a disposizione. “Rompo le pietre fino a quando diventano ghiaia”, ha raccontato a Unicef Bitshilwalwa Bukula, di 16 anni. Ogni giorno, dalla mattina alla sera, dal lunedì alla domenica per guadagnare pochi dollari che bastano a comprare a malapena un po’ di riso e verdure per la sua famiglia. A proteggerla dal sole solo una piccola tettoia in plastica.

Rischi per la salute

Sia che scendano nella miniere improvvisate sia che spacchino la roccia alla ricerca di pezzi di minerale, i pericoli per la salute sono molti, avverte Amnesty international. Molti dei bambini intervistati dall’Ong hanno affermato di essere spesso malati. L’inalazione di polvere di cobalto può causare danni ai polmoni e il contatto diretto della pelle con il minerale provoca dermatiti croniche. A parte i rischi immediati, il trasporto di carichi pesanti può avere gravi effetti a lungo termine, come deformazioni ossee e articolari, lesioni della colonna vertebrale e della struttura muscolare. Sono frequenti anche gli incedenti mortali. Non ci sono dati ufficiali disponibili sul numero di vittime che si verificano, ma i minatori hanno detto che gli incidenti sono comuni poiché i tunnel crollano frequentemente. Tuttavia, molti incidenti non vengono registrati e i corpi vengono sepolti sottoterra.

Poveri e senza istruzione

L’ex provincia meridionale del Katanga, un territorio grande quanto la Francia, ospita alcuni dei più ricchi giacimenti di rame e cobalto del mondo, ma ha anche il più alto numero di bambini in età scolare che non hanno mai avuto accesso all’istruzione. I piccoli minatori che vanno a scuola lavorano dopo l’orario delle lezioni, durate il fine settimana e le festività. Altri, invece, un’aula non l’hanno mai vista. Bitshilwalwa ha dovuto lasciare la scuola perché i genitori non potevano permettersi di pagare le tasse scolastiche. “I miei genitori non hanno la possibilità di mandarmi a scuola. Vorrei lasciare questo posto e avere anch’io la possibilità di studiare”, ha ammesso sconsolata la ragazza. Il governo congolese prevede la gratuità e l’obbligo di educazione primaria per tutti i bambini. Le Ong sul campo, tuttavia, denunciano che, a causa della mancanza di finanziamenti, la maggior parte delle scuole carica ancora i genitori di un importo mensile per coprire i costi, come gli stipendi degli insegnanti, le divise e il materiale didattico. Una somma che varia tra 10 e 30.000 franchi congolesi (10-30 euro) al mese. Più di quanto molti possano permettersi. “Molti bambini in questa regione iniziano a lavorare in miniera da piccoli per necessità, sopportando condizioni di lavoro pericolose e faticose che nessun giovane dovrebbe mai sperimentare”, ha dichiarato Karen Hayes, vice presidente del programma Mines to Markets di Pact, un’Ong impegnata a combattere la povertà in circa 40 Paesi. “Abbiamo lavorato duramente a stretto contatto con le famiglie, le aziende, il governo e tutte le parti della comunità affinché tutti capiscano i pericoli per i bambini”, ha aggiunto Hayes.

Il cobalto, minerale strategico per l’industria elettronica

Il cobalto è tra i minerali più richiesti dalle grandi industrie elettroniche e più della metà della fornitura mondiale proviene dalla Repubblica Democratica del Congo. La domanda non smette di crescere visto che tutti i principali marchi di telefonia o costruttori di auto elettriche utilizzano questo minerale per la fabbricazione delle batterie contenute nei loro prodotti. E anche il prezzo del cobalto è più che raddoppiato dal 2016 ad oggi. Secondo le stime del governo, ci sono tra i 110.000 e 150.000 minatori “artigianali” nel sud del Paese che lavorano a fianco di operazioni industriali molto più grandi.

La filiera del cobalto: dalle mani dei bimbi fino agli smartphone o auto elettriche

Dalle miniere artigianali di Mutoshi, nel Katanga, il cobalto passa agli intermediari che lo rivendono alle industrie minerarie, come Chemaf, la più grossa azienda estrattiva che opera nella RDC. Il prodotto lavorato arriva poi nelle mani delle aziende che producono batterie che finiranno nei telefoni o auto elettriche vendute dalle più grandi compagnie al mondo, come Apple o Volkswagen. E’ questa la filiera del cobalto ricostruita da Amnesty international nel 2016. I pericoli per la salute e la sicurezza rendono questa attività mineraria una delle peggiori forme di lavoro minorile. Le aziende i cui profitti globali ammontano a centinaia di miliardi di dollari non possono sostenere in modo credibile che non sono in grado di controllare da dove provengono i minerali impiegati nei loro prodotti”, ha affermato Mark Dummett, ricercatore di Amnesty International ed ex giornalista della Bbc. Da allora, diverse multinazionali, prima fra tutte Apple, hanno cercato di rendere più trasparente la catena di approvvigionamento e, almeno nelle intenzioni, si sono impegnate ad adottare politiche per evitare lo sfruttamento dei bambini nella Repubblica Democratica del Congo.

Nonostante gli impegni delle multinazionali, però, la realtà sembra essere diversa. Una recente inchiesta del Wall Street Journal ha dimostrato come almeno fino al maggio scorso, nella miniere di cobalto di Mutoshi si potevano vedere i creuseurs scendere sottoterra senza caschi, scarpe o altro equipaggiamento di sicurezza. E il proprietario della miniera (Chemaf) fa parte della filiera di cobalto di grandi aziende, tra cui proprio Apple e Volkswagen.


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