“Vivo e lavoro perché non ci sia mai più un uomo come mio padre, Pablo Escobar”


"Vivo e lavoro perché non ci sia mai più un uomo come mio padre, Pablo Escobar"



“Perché non si ripeta più. Nella Storia del mondo non dovrà esserci di nuovo una catena di sangue e di violenza, come quella innescata da Pablo Escobar. La serie tv Narcos e i film sulla sua vita lo hanno raffigurato come una leggenda e, senza nulla togliere alla spettacolarizzazione del personaggio, non bisogna dimenticare quanto accaduto e la scia di morte che ha segnato per sempre la nostra vita, quella dei familiari delle vittime, e la nazione tutta”.  

A parlare è Sebastian Marroquin, il figlio del narcotrafficante più famoso e sanguinario della storia. Parla con Agi, Sebastian, per sensibilizzare il grande pubblico anche in Italia e per raccontarci la verità sulla sua storia. Lui ha deciso di mandare in scena uno spettacolo la cui ‘prima’ europea è prevista a Roma al teatro Brancaccio, il prossimo 21 settembre. Dopo un breve tour in India e Nepal, l’evento – organizzato e prodotto da Youry Pastore Corrado – che consiste in un racconto del figlio accompagnato da immagini che scorrono sullo schermo mentre la sua voce si rivolge al pubblico, punta così a fare chiarezza.

Sebastian Marroquin e Pablo Escobar

Escobar è stata una figura anche molto contraddittoria: assassino efferato, ma anche un buon padre di famiglia. Come si conciliano questi due aspetti in un solo uomo?

“Mio padre era un padre affettuoso e molto presente, con me e con mia sorella, ho ricordi molto positivi di lui e quando è morto, avevo appena 16 anni. Pochi, ma non troppo pochi per non capire quello che era successo e che aveva fatto. Per questo dico che non bisogna dimenticare, ma tutti devono sapere la verità senza glorificare la sua attività criminale come sul piccolo e grande schermo”.

Si capisce che Pablo Escobar si sentisse omnipotente, secondo lei si trattava di un’infermità mentale?

“Non saprei, non ho le competenze necessarie per dirlo. In generale, penso che nella società attuale ci siano molte persone che in termini di pazzia non possono tirare la prima pietra. Ad esempio penso che anche l’ambizione, se esasperata, possa diventare una malattia”. 

Non si contano le vittime e i reati commessi fatti per costruire un vero e proprio impero. Secondo Forbes, all’apice della sua carriera criminale, Pablo Escobar era il settimo uomo più ricco del mondo, controllava l’80% della cocaina nel mondo, aveva un patrimonio stimato in oltre 30 miliardi di dollari e flotte di aerei, navi, veicoli costosi e vasti appezzamenti di terreno. Una fortuna, insomma. Cosa vi è rimasto di tutto ciò?
 

“Noi siamo stati solo perseguitati, per l’unico motivo di essere stati la sua famiglia. Io stesso sono stato rinchiuso all’età di 7 anni, e mia sorella ne aveva 1, solo perché eravamo suoi figli. Dopo la sua morte, abbiamo viaggiato per vari paesi, io ho cambiato nome (il suo vero nome è Juan Puablo, poi cambiato in Sebastian Marroquin, ndr), mi sono rifatto una vita in Argentina e lavoro come architetto ma siamo sempre rimasti macchiati da quello che ha fatto”.

Per ultimo, lei e sua madre siete stati accusati di riciclaggio di denaro in quanto avreste agito da intermediari per un narcotrafficante ed è stato disposto il sequestro dei beni per un valore complessivo di circa 2 milioni di dollari. Lei come replica a queste accuse?

“Dico solo che l’unico reato che abbiamo commesso è che siamo la sua famiglia. Se lo avessimo commesso per davvero, saremmo ora in carcere”.

Sebastian che ora ha 40 anni, è anche papà di un bimbo di 5. Cosa sa lui del nonno?

“Gli ho parlato di lui. Sa benissimo che era un fanatico degli animali, dello sport e delle automobili ma ancora non gli ho detto chi era veramente suo nonno: ho solo accennato a tutta la violenza che ha scatenato. Sento però una grande responsabilità, e cioè quella di insegnargli che nella storia non debbano ripetersi più casi del genere. Per me sarà un grande compito raccontargli del nonno, nel bene e nel male”.

A proposito di Bene, Pablo Escobar all’inizio della sua carriera criminale, tentò di entrare in politica e si era dimostrato generoso nei confronti di alcune fette di popolazione concedendo donazioni e arrivando a sponsorizzare squadre di calcio. Perché quest’interesse nella politica, visto che era gi‡ impegnato a commettere i suoi affari illeciti?
 

Sebastian Marroquin

“Credo che sia stato il suo più grande errore, strategicamente parlando. Questo perché se una persona vuole nascondere i suoi crimini, il luogo peggiore per farlo è proprio sotto i riflettori della politica. Anzi, il suo tentativo lo ha messo in condizioni di fare errori peggiori”.

Ma la sua intenzione era reale?

“Lui cercò di entrare in politica, tradendo una certa ingenuità, e credo lo volesse fare inizialmente davvero per aiutare la gente della Colombia e non per rubare i soldi pubblici. Ne aveva già abbastanza col narcotraffico. Ma il suo denaro era sporco di sangue e di violenza”.

Dopo la sua morte, non è tramontato però il narcotraffico, una delle vere piaghe dell’America Latina. Cosa si potrebbe fare per debellarla?

“Finché non ci sarà la legalizzazione, ci sarà il narcotrafficante. È una conseguenza logica. La  politica crede che la proibizione sia la soluzione ma in realtà non lo è, anzi rafforza le attività illecite. Tra l’altro, io credo che i politici lo sappiano, ma è un grande affare anche il proibizionismo, è molto lucrativo”.

Non solo i narcos americani, il traffico di droga è comunque un problema mondiale. Non ci sono bacchette magiche per risolverlo, ma lei da cosa partirebbe per fare un tentativo?

“Innanzitutto dalla società. Il problema non è militare, ma di salute pubblica. Non si può risolvere con le mitragliatrici, ma cambiando le leggi. Per cambiare la situazione, occorrono nuove regole che tengano conto dei disagi sociali. La violenza non potrebbe che generare altra violenza”.

Tornando a Escobar, in quegli anni sanguinari della sua ascesa, le vittime non si contano. Che rapporto ha ora con i loro familiari? Sente che le portano rancore?

“Assolutamente no. Anzi, sono amico personale del figlio del ministro della giustizia, che venne ucciso da mio padre nel 1984, io e lui ci parliamo quasi tutti i giorni, facciamo conferenze congiunte sulla pace. Sono in contatto anche con i familiari di altre vittime, come quelle dell’aereo di Avianca 203, che subì un attentato programmato da mio padre con la speranza di uccidere il candidato per le elezioni del 1990 Cesar Gaviria (che però non era salito sull’aereo) e ho rapporti di amicizia con i quattro figli di Luis Carlos Galan, il leader del partito liberale assassinato nel 1989. E tutto questo, nonostante il dolore e la violenza”.

Come si può sperare di cambiare la prospettiva, il ricordo?

“Non dobbiamo cadere nel gioco della vittimizzazione. Noi colombiani dobbiamo diventare un esempio, dobbiamo saper affrontare questa storia con dignità, con responsabilità e con la capacità di capire quello che stava succedendo e trovare una strada un percorso verso il perdono e la riconciliazione, per far capire al Mondo che personaggi come mio padre non debbano più agire, che questa storia non si ripeta più”.

È questo quello che verrà a dire al pubblico italiano a Roma?

“Senza dubbio. Non verrei a Roma e non andrei in nessun altro posto del mondo per fare un’apologia sui delitti e sulla storia di mio padre. Al contrario: credo che sia una mia grande responsabilità raccontare l’autentica esperienza di quello che ha fatto e di come mi ha trasformato in un uomo di pace. In cuor mio, spero che la mia storia sia di ispirazione  per altri giovani affinché non si ripeta quello che è successo, in nessuna parte del mondo”.

Essere il figlio di Pablo Escobar lo ha segnato per tutta la vita. Lo ha perdonato per il male che indirettamente gli ha procurato?

“Per quanto mi riguarda, io sono sereno. Anzi, ho detto più volte che esprimo gratitudine a mio padre per averci mostrato il percorso che noi non dobbiamo intraprendere. Ma perdonarlo non spetta a me. Lo farà Dio, a lui spetta il giudizio finale”.

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